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In primo piano

La scuola di Nolitta che non c’è più [Articoli]

La bellezza di un albo di Zagor non è più quella di un tempo: del personaggio non si riconoscono nemmeno più le caratteristiche peculiari con cui Guido Nolitta e Gallieno Ferri lo avevano costruito. Si potrebbe dire che quell’eroe abbia fatto il suo tempo e che, con l’incedere degli anni, nulla, che si tratti di fumetto o di qualsiasi altra forma di espressione visiva, possa restare vitale come nel momento della sua creazione.

Naturalmente esiste un’infinità di circostanze che concorrono alla crisi della lettura di un fumetto, ma a mio avviso la principale è una sola: non aver coltivato con sufficiente efficacia una formula che, potenzialmente, avrebbe potuto continuare a funzionare, pur perdendo nei numeri. Zagor è di per sé un personaggio stravagante - basta osservare il suo abbigliamento, tipico degli eroi del fumetto italiano degli anni Cinquanta e Sessanta - e viene dunque spontaneo chiedersi a cosa serva “reinventarlo” all’interno di avventure di stampo fantasy.

Questo presunto “aggiornamento” non è altro che un modo per mascherare la mancanza più grave di cui parlavo: non aver mantenuto viva la scuola nolittiana (così come, in Tex, non è stata realmente preservata quella di Gianluigi Bonelli, se non in parte con Nizzi) e aver scelto invece di modernizzare il tutto nella speranza di arginare la perdita di lettori, finendo però per snaturare la storicità dell’eroe, pur conservandone l’aspetto esteriore.

Qualcuno potrebbe obiettare: «Non possiamo certo rifare il look a Zagor per adeguarlo ai tempi». Ed è vero. Ma proprio quel look implica necessariamente la prosecuzione di una scrittura di tradizione che, per quanto mi riguarda, è, o meglio, sarebbe stata, inesauribile… o dignitosamente esauribile.

Che cosa sarebbe stato dunque necessario mantenere in vita? Innanzitutto la grafica. Il disegnatore Marco Verni rappresenta un esempio emblematico di come la “tradizione” regga molto meglio dell’innovazione, soprattutto quando il ricambio non è all’altezza. Accanto a una visualizzazione classica sarebbe quindi servita anche una scrittura classica: i cliché sono sempre gli stessi, ma è sufficiente svilupparli con una buona dose di fantasia per renderli ancora efficaci. Non avrete mica in testa l’idea che una vecchia storia di Bignotti o Donatelli, chessò una Molok o una Libertà o morte, sarebbero oggi un fiasco. No?

Sandro Bongarzoni [07/02/2026]

Confessioni di un correttore (distratto) [Documentazione]

A volte, mentre sei concentrato al computer a scrivere un passaggio per una pubblicazione, arriva una telefonata o suona il campanello. Ti intrattieni al telefono o con l’ospite più del previsto e, quando torni alla scrivania, dimentichi del tutto quell’idea lasciata in sospeso. Così, il testo rimane incompiuto.

Per i brani più “letterari” non è un problema: li affido a Marta, un’amica che si diverte a dar loro una forma più elegante. Il guaio serio sono le descrizioni tecniche sui fumetti, di cui mi occupo io dall’inizio alla fine. Quando chiudo il lavoro e arriva la fase di rilettura, non mi metto certo a ricontrollare ogni singolo dettaglio, come ad esempio i titoli di tutte le collane nella guida Tex in edicola, che sono migliaia. Quel che è fatto è fatto: se ho sbagliato un titolo dell’Albo d’Oro o di una raccoltina, pazienza, i lettori capiranno.

L’ultimo passaggio è caricare tutto su una chiavetta e portarlo in tipografia. Poi aspetto, con un po’ di timore, i giudizi degli amici lettori. “Stavolta non dovrebbero esserci errori”, mi dico. E invece, puntuale, arriva la prima segnalazione.

Ieri, per esempio, un amico mi ha fatto notare una frase mozza in una scheda. Il pensiero è corso subito a quella telefonata o a quel citofono inopportuno. Risultato: in fondo a pagina 76, il mio pensiero sul n. 13 NC rimane aperto.

Poi ci sono errori che proprio non dovrei commettere. Uno piuttosto grave mi è stato segnalato a pagina 37, nella cronologia della 2ª Serie Gigante di Tex, dove ho indicato due numeri 1 NC con la dicitura “Leggete” con Piccolo Ranger in IVᵃ di copertina, invece di “RFW”. Colpa del copia-incolla fatto con troppa leggerezza, anche se mi consola sapere che, nelle centinaia di pagine delle mie cronologie, compresa la guida Tex in edicola, quei due numeri 1 sono sempre riportati correttamente.

Non sto qui a elencare tutti gli altri refusi che affliggono Quaderni e Western: potrei non finire più.

Ma tanto la prossima volta, sarà la solita musica

Francesco Bosco [22/01/2026]

Spaghetti all’amatriciana, non sushi [Articoli]

Non conosco i particolari della recente vicenda dei “tagli” in Sergio Bonelli Editore. Da quanto si apprende, si tratterebbe di comunicazioni avvenute tramite email, indirizzate a decine di autori della storica casa editrice milanese.

Come spesso accade, però, si è immediatamente dato fiato a voci che, partendo da poche e vaghe notizie, pretendono di costruire un quadro completo della situazione e di offrirlo in pasto a chi segue la vicenda.

Anch’io ho provato a capire cosa bollisse realmente in pentola, ma mi sono ritrovato davanti a video e commenti online degni della categoria “arrampichiamoci sugli specchi”. E viene spontaneo chiedersi: a che pro?

Per raccattare qualche like sulle proprie pagine?
Per dimostrare di essere “sul pezzo”?
Per riversare, da parte di qualcuno, ancora una volta, un po’ di veleno sulle scelte editoriali degli ultimi dieci anni?

Francamente non mi interessa. Anche perché ho visto video e letto commenti di persone che non saprebbero distinguere uno stile anime da un fumetto underground, eppure pontificano con sicurezza assoluta.

E poi arriva puntuale il solito, fatidico assunto: “Ah, se ci fosse ancora Sergio, queste cose non accadrebbero.”

Già. Allora si dà per scontato che siano in corso licenziamenti e che Sergio Bonelli, da sempre vicino agli autori, non si sarebbe mai “macchiato” di una simile colpa.

Il punto, però, è un altro. Proprio voi, dei video e dei commenti, per anni avete portato avanti una vera e propria campagna a favore dell’azienda, qualunque cosa pubblicasse. Avete tacciato chiunque, compreso questo povero scemo che scrive, di non accettare che Tex & C. potessero avere una vita editoriale diversa da quella del passato.

Avete ripetuto fino alla nausea frasi come: “Se non ti piace, non comprarlo!”

Una frase che Sergio Bonelli - figura che voi, francamente, non vi meritate - non avrebbe mai pronunciato.

Preso!” È l’unica cosa che sapete scrivere. E poi, appunto “Se non ti piace, non compralo!” “e gne gne gne e gne gne gne”, con a capo dell’allegra brigata il noto ministro degli esteri che presenzia ogni angolo del web. E che due maroni.
E oggi, improvvisamente, piangete.

Al di là del fatto che non si conoscono ancora gli sviluppi reali della vicenda, una cosa è certa: il primo aziendalista che verrà a spiegarmi la situazione con il solito linguaggio da power point… giuro che lo rincorro con lo scopettone.

Non ho giudizi da esprimere, né pretendo di avere verità in tasca. Ma non serviva certo una laurea alla Bocconi per capire che, quando una casa editrice storica comincia ad “aggrapparsi” a tazzine, magliette, parannanze e gadgettistica varia, vuol dire che qualcosa si è rotto alla radice. Le variant, poi!!!
Il fumetto non si salva con il merchandising: si salva con i fumetti.

Prendiamo Tex. Non un secolo fa, ma appena ieri, il gruppo Espresso-Repubblica si è semplicemente “aggrappato” alle storie di quei due che quel personaggio lo hanno creato. Risultato? Quasi trenta milioni di copie vendute. Senza tazze, senza grembiuli, senza pupazzetti.

Com’è noto, io sono una vecchia mummia tradizionalista. Gestisco un sito da ventisette anni: se all’inizio avevo tre pard che mi seguivano, oggi ne ho trecento. Non per miracolo, ma per costanza.
È ancora pieno di lettori che vogliono un certo tipo di fumetto. Lo so’ per certo.

Per questo tutta la solfa del ricambio generazionale, dello smartphone, dell’invasione dei manga, argomenti che saltano fuori ogni volta che si parla di “crisi del fumetto”,vale solo fino a un certo punto.
Perché se è vero che esistono chef stellati e talent show, è altrettanto vero che la gente continua ad avere voglia di spaghetti all’amatriciana e di buona musica.

Il problema non è il pubblico.
Il problema è dimenticarsi cosa si è, e soprattutto cosa si dovrebbe continuare a essere.

Comunque, sempre forza Bonelli Editore!

Francesco Bosco [22/01/2026]

Capannelli, carta e memoria [Libri e magazine]

E alla fine sono riuscito ad avere tra le mani anche il volume n. 2 di Western all’Italiana. Così, insieme all’uscita del nuovo libro Tex in edicola, in vetrina trova spazio anche questo volume “tormentato”, nato con tirature minime perché il sottoscritto non credeva potesse bissare il piccolo successo del numero 1.

Una parte delle copie l’ho recuperata nelle giacenze di magazzino della tipografia che lo stampò a suo tempo e che nel frattempo ha chiuso i battenti. Un’altra parte è stata invece ristampata dalla nuova tipografia che ha assorbito i macchinari della precedente, riuscendo a riprodurre copie perfettamente identiche alle originali.

Tra un libro e un Quaderno, tra una ristampa e l’altra, e con altre iniziative interessanti già in programma, qualcuno mi ha suggerito di appoggiarmi a un editore del settore. In realtà, aperture in tal senso le ho avute, e le ho anche tuttora, ma fatico a vedere come un editore possa davvero aumentare tirature di poche decine di copie per pubblicazioni destinate a un pubblico inevitabilmente di nicchia.

Vedremo. Personalmente continuo a preferire situazioni minimaliste, come lo scambio diretto di esperienze nei capannelli di appassionati che si formano in fiera, mi piace il cartaceo, la comunicazione dei siti specialistici, gli articoli in rete, le sedute di collezionismo dove avviene la compravendita dei fumetti, le chat in cui si discute del modo in cui oggi i fumetti vengono spesso (mal)trattati. E molto altro ancora. Non amo i grandi numeri, non amo le cattedre. Amo poco anche i canali di comunicazione video, almeno così come vengono spesso intesi su YouTube, e trovo che i forum siano ormai attraversati da un “ricambio” che ha ben poco da dire. 

Che aggiungere? Credo nulla, se non la speranza che le pubblicazioni dei Quaderni e dei Libri vengano anche intese come un solido supporto per chi desidera cimentarsi nella ricerca e nella stesura di articoli. Non come un punto d’arrivo, ma come una base di partenza, un luogo in cui confrontarsi, verificare dati, affinare idee.

Come dico sempre, le mie pubblicazioni sono la casa di tutti coloro che vogliano entrarvi in maniera costruttiva, con passione, rispetto e voglia di approfondire. Non esistono cattedre né gerarchie: esiste soltanto il piacere della ricerca condivisa e della memoria preservata.

Francesco Bosco [14/01/2026]

TEX IN EDICOLA [Libri e magazine]

Non ho ancora imparato la lezione. Eppure sono ormai una decina d’anni che ho a che fare con le tipografie, ben consapevole del fatto che le date di consegna, molto spesso, restano semplici intenzioni. Puntualmente annuncio una nuova pubblicazione sul mio sito e, con altrettanta puntualità, mi ritrovo a fare la consueta magra figura.

È successo anche questa volta. La Guida di Tex, di cui avevo annunciato l’uscita a ridosso del Natale, non è riuscita a rispettare i tempi previsti. Per questo motivo preferisco non azzardare una nuova data di pubblicazione (anche se credo potrebbe essere per la prossima settimana). Colgo però l’occasione per scusarmi con tutti coloro che mi avevano contattato nella speranza di avere il volume prima delle feste.

Venendo al contenuto, ho cercato di costruire una guida cronologica aggiornata e il più possibile completa, integrando quanto emerso dalle mie ricerche più recenti. Parlo di dati incrociati che spostano in modo significativo l’esordio di collane texiane di grande prestigio rispetto agli archi temporali nei quali sono state collocate per anni, e di tutto quel materiale di ristampa che da sempre presenta enormi difficoltà di inquadramento e classificazione.

Ho affrontato anche una materia spinosa, che confesso non mi appartiene fino in fondo e della quale non amo particolarmente occuparmi, ben sapendo che mi attirerà critiche a non finire: le quotazioni. Dalle valutazioni dei singoli albi alle raccolte, dalle serie complete fino all’analisi dei criteri che hanno portato, nel tempo, a definire la rarità di certi numeri.

Immancabile, infine, la cronologia dei disegni: una mia passione di lunga data, alla quale tengo in modo particolare. Anche perché, se è vero che in giro non mancano improvvisati valutatori (si può dire “alla cazzo”?), è altrettanto vero che esistono cronologie della grafica texiana costruite con una leggerezza metodologica (si può dire “alla cazzo”?) che lascia più di un dubbio.

All’interno della Guida trova spazio anche un primo assaggio di una ricerca che considero, senza esitazioni, rivoluzionaria, condotta dall’amico Maurizio Di Vasto, penna già nota per gli interessanti interventi pubblicati su Texiani in libera uscita e sulla home page di Baci & Spari. Si tratta di uno studio che apre scenari del tutto nuovi e che merita, per ampiezza e complessità, un approfondimento dedicato.

Una trattazione più estesa e sistematica della ricerca , incentrata sui numeri di autorizzazione presenti sulle diverse collane di Tex, vedrà infatti la luce nel Quaderno n. 7, dove sarà possibile apprezzarne pienamente la portata.

Francesco Bosco [02/01/2026]

Le avventure di Saetta [Articoli]

Una breve riflessione sul fumetto d’anteguerra, dopo aver visto ad un banco di due amici un albo dell’editrice Nerbini strappato in due e lasciato su una sedia, come un oggetto qualsiasi, durante la fiera del fumetto di Bologna tenutasi a fine novembre. Nell’immagine che trovate a corredo di questo articolo compare un numero della collana Albi Vari, Le avventure di Saetta, datato settembre 1936. Un pezzo che sul mercato vale poche decine di euro, nulla che faccia tremare i portafogli, ma che reca addosso quasi novant’anni di storia editoriale italiana. Un frammento del nostro passato, sopravvissuto a guerra, tempo, traslochi e incuria, e che oggi giace, strappato, come un giornale del giorno prima.

La cosa singolare è che quell’albo non l’ho trovato in un angolo remoto o su un banco disordinato qualunque, bensì tra gli scaffali di amici appassionati , Bruno e Roberto, persone che al fumetto vogliono davvero bene. Quasi sembrava che l’avessero lasciato lì in bella posta, su quella sedia, come un messaggio muto, come per vedere se qualcuno si sarebbe fermato a riflettere sul valore delle cose vissute. E proprio questa contraddizione mi ha colpito: un pezzo fragile, ma autentico, nel cuore di chi il fumetto lo custodisce e lo celebra.

Nelle ore precedenti avevo girato per i banchi di amici, osservando il consueto rito del collezionista moderno: luce puntata sulle copertine, occhi che cercano la minima piega, il tono del bianco, la consistenza delle cuciture; discussioni su restauri invisibili o su minuscole abrasioni della costa. Il mercato, si sa, ruota attorno al concetto di perfetto, intonso, da collezione … quasi che il valore di un albo si misurasse non nella storia che porta, ma nell’assenza di segni che quella storia inevitabilmente lascia.

Ed è proprio per questo che quel Nerbini abbandonato mi ha dato un piccolo pugno allo stomaco. Un fascicolo spillato nel 1936 non può che portare i segni del tempo: carta sottile e acida, formato fragile, letture distratte di ragazzi che non immaginavano certo che un giorno qualcuno avrebbe cercato di conservarlo come reliquia. È normale che sia vissuto, consumato, magari malconcio. Fa parte della sua esistenza. Eppure, nel vedere quel frammento di storia trattato ( non certo dai nostri amici Roberto e Bruno) come scarto, ho percepito il paradosso del collezionismo contemporaneo: ciò che è davvero antico e sincero spesso viene ignorato, perché imperfetto; mentre si rincorrono copie immacolate, restaurate fino all’inganno, più giovani di quanto dovrebbero sembrare.

Forse dovremmo ricordare che certi albi sopravvivono proprio perché hanno vissuto. Ogni strappo, ogni macchia, ogni pagina brunita è la traccia di mani, epoche, vite. Guardarlo solo come oggetto commerciale significa perdere la sua voce. Quel Nerbini è un segno dei tempi.

Francesco Bosco [12/12/2025]

Andrea Venturi, da Johnny Freak a Aquila della Notte [Autori di Tex]

Alla fiera di Bologna della scorsa settimana ho finalmente avuto il piacere di conoscere di persona Andrea Venturi, presentatomi dall’amico Riccardo. Una persona squisita, prima ancora che un fumettista di assoluto talento. Abbiamo scambiato due chiacchiere in piacevolezza, e confesso che quel breve incontro mi ha reso sinceramente felice: Venturi è da molti anni uno dei miei disegnatori italiani preferiti e ho sempre nutrito il desiderio di incontrarlo. Ho potuto dirgli tutto il bene che penso di lui, ricordandogli di quando scrissi alla Bonelli sostenendo che quel “Venturi di Johnny Freak” avrebbe potuto disegnare Aquila della Notte senza la minima esitazione.

A mio avviso, Venturi è uno dei più grandi talenti emersi negli ultimi decenni. Anzi, forse il più grande. Il suo segno mi ha sempre fatto respirare un’aria da Alex Raymond – si, gliel’ho detto, e l’ho visto sinceramente stupito, e credo anche lusingato. E accanto a Venturi non ho potuto fare a meno di nominare Alessandro Poli, altro talento puro da sempre innamorato dichiarato (e meno male!) del segno di Gir. 

Proprio mentre si parlava di maestri, Venturi estrae dalla cartella una tavola di due strisce del nostro fuoriclasse nazionale: Giovanni Ticci. Non immaginavo che la sua ammirazione per il Maestro fosse così profonda. L’ho percepita nei suoi occhi, limpida.

Insomma, un incontro breve ma prezioso, di quelli che vale la pena raccontare. Gli ho detto che avrei scritto due righe per Baci e Spari, e - sorpresa delle sorprese - lui mi ha risposto che il sito lo conosce.

E allora eccole, caro Andrea, quelle “due parole” promesse. Con le quali posso anche mettere a tacere ,finalmente, gli amici che per trent’anni, a ogni occasione, mi ripetevano:
«A France’, ci hai fatto due scatole così co’ ‘sto Andrea Venturi!»

E come avrei potuto non rompere le scatole se ogni volta che mi trovavo davanti ai suoi disegni ariosi, dinamici, dal sapore vintage? Per me sono tavole sognanti, che ti restano negli occhi per il fascino che emanano. Penso, ad esempio, alla tanto bistrattata L’artiglio della Tigre: al di là delle opinioni sulla storia, resta un autentico capolavoro grafico di Venturi, impreziosito dalla solida e avvincente sceneggiatura di Nizzi.

Francesco Bosco [04/12/2025]

Manuale semiserio per non etichettare Tex [Articoli]

La storia delle censure subite da Tex è ormai nota a molti. Eppure, fino a una quindicina d’anni fa, c’era ancora chi lo “etichettava” come “un tipo di poche parole e molti pugni, con un innato senso della giustizia”, “un ranger eticamente irreprensibile”, oppure “uno che incarnava i valori di una certa parte politica”. Insomma, potremmo riempirci un libro intero di sciocchezze del genere. Ma allora, da dove nascono davvero le censure?

La verità è che Tex è un personaggio complesso, proprio come lo siamo noi. A volte duro, altre volte tenero; in certi momenti sicuro di sé, in altri ingenuo. Basta scegliere le storie giuste e se ne può tirare fuori un lato diverso ogni volta.

Nei primi episodi prende colpi in testa a ogni pagina: viene catturato, sorpreso, ferito, buttato giù da una rupe e chi più ne ha più ne metta. In altre avventure è cinico e spietato; in altre ancora sa perdonare. Dipendeva molto anche dall’umore di chi lo scriveva: quel certo Bonelli. Per questo, Tex è meglio non etichettarlo. Mai.

Un giorno qualcuno disse a Bonelli:
“Lei ha creato un linguaggio, un modo tutto bonelliano di costruire i dialoghi. Con i dialoghi ottiene tutto, persino lo sfondo antropologico…”
E lui, secco: “Vuole una revolverata?! E che diavolo è lo sfondo antropologico?”

Già, cos’è lo “sfondo antropologico”? Forse quello che, nel 2009, un forumista texiano cercò goffamente di definire mentre dava una sua interpretazione del personaggio, immaginandolo incapace di sparare alle spalle o a far impiccare qualcuno. Gli facemmo notare che, continuando a leggere solo le edizioni censurate, era normale che si creasse certe idee… ma che esistevano anche altri “sfondi”, ben diversi, che lui non conosceva.

E allora andiamo al sodo.
Da Tex, l’uomo ciclone:

Dunlop: “Chi siete?.. Come osate?.. Sarete impiccato per aver…”
Tex: “Calma, sbruffone. La corda per impiccarmi non l’hanno ancora fabbricata. Ma la vostra, credo, sta già per penzolare da un bell’albero!”

Questo scambio si legge anche nelle ristampe da 350 lire. Ma è l’epilogo a cambiare.
Nella versione censurata:

Didascalia: “Affrontando generosamente la furia della folla, Tex riesce a indurre a più miti consigli anche i più irriducibili sostenitori del linciaggio e il giudice e i suoi complici vengono condotti in carcere”.

La versione originale, però, dice tutt’altro:

“Di fronte alla furia della folla, nemmeno Tex può impedire che si trascini via il banchiere e il suo complice verso la periferia del villaggio, dove sorge una robusta quercia.”

E Tex aggiunge:
“Barba del diavolo! Se avessi tentato di impedire il linciaggio, avrebbero impiccato anche me!”

A Roma si direbbe: Mo’ mettece ’na pezza!

Francesco Bosco [24/11/2025]

La Banda della Magliana e l’arte di infilarla ovunque [Articoli]

È sorprendente come i «cantastorie» che popolano il mondo del fumetto si ritrovino anche in altri campi, dal calcio alla musica, pronti a sparare sentenze dall’alba al tramonto. 

Io, che vivo quasi esclusivamente di fumetti (con qualche incursione nella musica), ho anche una grande passione per la storia criminale degli anni ’70‑’80. Ebbene, in quel territorio le approssimazioni superano di gran lunga quelle che affliggono il fumetto. Niente, dunque, al confronto di quello che vedevo stamattina in un reel in cui si diceva che in Italia esistono solo 8-9 serie dalla celebra raccolta “1-29”. Beh , ma che cazzata… poi presentando un albo pure storpiato dal refilo e pieno di restauri. 

Insomma, essendo romano e avendo abitato alla Magliana dal 1979 al 1989, ho voluto capire davvero come sia nata la famigerata Banda. Ho seguito i processi, letto gli interrogatori dei pentiti, letto libri (pochi, in realtà) e raccolto testimonianze di chi ha sfiorato quel gruppo. Proprio per questo mi stupisce vedere giornalisti che da anni scrivono sulla “Banda della Magliana” incappare in scivoloni da far rizzare i capelli, infilando il suo nome in qualunque vicenda, criminale o politica che sia. (Ora pare che anche la scomparsa del giudice Adinolfi, avvenuta nel ’94, sia da attribuire alla Banda. Nel ’94 la Banda della Magliana era a processo con tutti i suoi componenti ormai uccisi o arrestati)

Come è un errore, per esempio, associare alla Banda il rapimento di Emanuela Orlandi, l’attentato a Roberto Rosone, l’omicidio di Mino Pecorelli o la morte di Roberto Calvi. Quei fatti, e potrei citarne altri, vanno ricondotti a persone che costituivano un gruppo autonomo, radicato nel quartiere Testaccio, con finalità e contatti molto diversi. I capi della Magliana non furono nemmeno messi al corrente di attentati o manovre legate alla politica o ai servizi segreti.

Includere tutto nel “calderone” della Banda non rende giustizia alla complessità di quegli anni e ostacola la comprensione di ciò che accadde davvero.

Si trattava in realtà di tre gruppi criminali ben distinti: Ostia-Acilia, Trullo-Magliana e Testaccio. La loro unione fu temporanea e motivata da un obiettivo preciso: eliminare il clan dei Proietti di Monteverde, responsabile dell’omicidio di Franco Giuseppucci, uno dei leader più carismatici del nascente sodalizio.

Non si trattò dunque di un’organizzazione monolitica e coesa fin dall’inizio, ma di un’alleanza tattica, nata per vendetta e per ristabilire un equilibrio nel sottobosco criminale romano. Solo successivamente si cercò di dare una forma più stabile al gruppo, ma le differenze interne ma anche territoriali, caratteriali e strategiche, rimasero sempre forti. 

Una volta conclusa la vendetta per l’omicidio di Franco Giuseppucci, iniziarono a emergere tensioni interne sempre più marcate. L’alleanza cominciò a sfaldarsi e, nel giro di poco tempo, si trasformò in una lotta sotterranea per il controllo degli affari e dei territori.

Altro territorio da esplorare è quello riguardante “il mostro di Firenze”, legato, come molti sanno anche al mondo del fumetto, e sul quale si odono cazzate sesquipedali… si veda “la teoria dell’acqua” e il modus operandi che, secondo alcuni luminari, vedrebbero Zodiac e il Mostro, incarnati in una stessa persona: tal Joe Bevilacqua.

Ma di questo ne parliamo alla prossima occasione

Francesco Bosco [15/11/2025]

Il Vangelo secondo Lucca [Articoli]

Parte prima -Il certificato di scomunica”. 

Faccio la fila al banchetto di San Giuseppe, patrono dei collezionisti in via di smarrimento, per farmi rilasciare il certificato di autenticità: “vero lettore di fumetti, non mercante d’occasione”.
La fila è lunga, ma resisto. Devo presentarmi a Lucca Comics in regola, io … mica uno di quei pellegrini che si fanno chiudere in una stanzetta con l’artista giapponese e, tra un autografo e un selfie, si fanno alleggerire il portafoglio in nome del culto.

Davanti a me, però, vedo facce cupe. Pare che San Giuseppe interroghi i fedeli con un piccolo esame di coscienza:
Leggi ancora le storie o solo i codici ISBN?
Ti emoziona l’inchiostro o ti eccita la numerazione limitata?
Molti cadono sul primo comandamento: “Ama la lettura sopra ogni tiratura”.

Quando tocca a me, San Giuseppe mi squadra come si guarda un reperto di un’altra epoca. Non fa domande. Mi mette in mano un certificato di scomunica.
Che lo possino ammazza’… dev’essere un errore di stampa!” penso. Ma poi mi accorgo che è tutto giusto. Non è più tempo di puri… di quelli che comprano per amore, non per investimento.
Forse San Giuseppe mi ha voluto bene così: meglio bandito che convertito.
O forse, chissà, anche lui ha imparato che i miracoli oggi si fanno solo con la valuta giusta.

Così alla fine a Lucca Comics (sì, lo so che si chiama Lucca Comics and Games) ci mando l’inviato speciale. Lui ha un passi buono per tutte le stagioni, anzi due: quello falso da collezionista scomunicato e quello da agente segreto.
A Lucca come si muove lui, nessuno: scansa le file come fossero illusioni ottiche, entra dappertutto senza badge, parla con gli editor senza mai farsi riconoscere. È come se avesse il codice sorgente della fiera.
C’ha il Matrix giusto, insomma… gli rimbalza tutto: gli spintoni, i cosplay fluorescenti, perfino San Giuseppe.

Lo vedi aggirarsi tra gli stand come un pellegrino zen in mezzo a una bolla di plastica trasparente.
Gli altri arrancano con borse, zaini, pacchi di variant e facce sudate da penitenza collettiva; lui, invece, fluttua… e sapeste quanto odia gli zaini!
Vabbe’,ogni tanto mi manda un messaggio:
Frate’, qui tutto regolare. L’altare dei Funko Pop è sempre il più affollato. Il mercato dei miracoli procede benone.”

Io leggo, sorrido e mi dico che forse San Giuseppe aveva ragione: i puri non servono più, servono gli inviati speciali.
Quelli che tornano a casa con le mani vuote, ma con l’anima ancora un po’ intatta… e un Corto da portare a San Giuseppe. 

E poi mi fa : “A frate’, ma “copia 1 di 1200”… “copia 1 di 1200”…”copia 1 di 1200”… cos’è una stregoneria?”

Parte seconda - “I miracoli numerati”

Passando alle cose serie, mi sembra che l’evoluzione della kermesse lucchese alla fine debba essere accettata così com’è.
Sì, c’è del rammarico, inutile negarlo. Perché davvero questi personaggi che “trafficano” con le limited e le variant non sappiano minimamente che cazzo hanno tra le mani. A loro interessa comprare a tot e vendere a tot quadruplicato. Punto. Il fumetto è solo il pretesto, come un gratta e vinci con le figure.

E, sia detto per inciso, gli attori di questa amenità non sono solo traffichini e piccioni: sono gli editori stessi, che si sono messi a vendere la febbre invece del fumetto. Hanno capito che basta cambiare la copertina, aggiungere un bollino dorato e chiamarla “limited” per trasformare la carta in valuta.

È l’industria dell’emozione seriale, confezionata a tiratura numerata: più che editori, oggi sembrano stampatori di miraggi.

Che ci vuoi fare. È la solita storia di Wanna Marchi e i suoi piccioni, solo che qui al posto del sale miracoloso ci sono le copertine variate e le firme “esclusive”.
Ma sia chiaro: questo non toglie il diritto agli scomunicati - noi, gli ultimi dei puri - di dire la nostra, e ogni tanto concederci una meritata presa per il culo.
Perché se non possiamo più salvarci con la fede, almeno possiamo redimerci con l’ironia.

E allora lasciamoli là, i nuovi adepti del culto del cellophane, intenti a venerare l’odore del PVC e le notifiche del PayPal.
Noi, dal canto nostro, anche se in tutto questo “avariume” è rimasto ben poco da leggere, continueremo a sfogliare e a consumare le pagine con le dita: l’unico atto sacrilego che ancora valga la pena di commettere.

Francesco Bosco [09/11/2025]

Cammineremo con Lucca Comics & Games [Articoli]

Questi Lucchesi, così avveduti, così intelligenti, così ambiziosi, così assai inquietanti; hanno il vanto indiscusso di avere iniziato l’occidente alla scienza delle finanze”.

Così scriveva Henri Pirenne, Belga, fra i più celebri storici del primo ‘900

Dal 1972, il primo “Pallone” in piazza Napoleone a Lucca, mi vede piccolo bambino che si tuffava in un mondo di meraviglia, e da allora puntualmente ogni anno ho atteso quei giorni per scoprire sempre più quel magico mondo. Sono cresciuto e come me è cresciuta la manifestazione; cambia di nome, si sposta in spazi esterni dal centro città, aggiunge i Games ai comics e ritorna di nuovo nel centro città. In pochi anni da allora è arrivata al punto di fagocitare letteralmente la città di Lucca, metterla sotto assedio con un’invasione di persone che vogliono vivere- come me da piccolo- dei giorni di magia. Molti i disagi che lamentano sia i cittadini che gli ospiti: strade chiuse, parcheggi introvabili, prezzi super dal panino al biglietto e a tutto il resto comprese le pile di variant, limited e proposte esclusive editoriali e firme varie, impossibilità a muoversi e le lunghe file che oramai sono diventate il vero tormento degli utenti; da prendere il braccialetto ai firma-copie degli autori da entrare nei padiglioni agli eventi. Parliamo di file di ore per entrare nel padiglione di Netflix o della Lego. Da notare che l’offerta negli anni si è sempre allargata, coinvolgendo sempre più i medium di intrattenimento, sposando, giustamente va detto, quelli che sono i gusti e le tendenze attuali, compresi i Brand da Samsung a Nintendo. Gli stessi organizzatori promuovono Lucca Comics chiamandolo il Festival internazionale Pop o fantasy, come dell’ormai ex Museo del fumetto (prossimo a nascere stando alle dichiarazioni degli ultimi almeno 5 anni) si preferisce la denominazione Expo comics. Ho notato che gli stessi Cosplayer, per anni stelle principali dell’evento lucchese con conseguente critiche dai puristi dei comics, quest’anno erano molti meno e anche loro hanno lamentato meno considerazione con spazi ridotti. La storia si ripete: avanti il nuovo e il vecchio pian piano accantonato e meno considerato. Certo non possiamo pretendere, noi anime pure nate con i fumetti, di competere con gli attori della serie Stranger Things o la Star creatore di videogiochi o un Mangaka giapponese che si presenta come artista mondiale con tutti gli annessi e connessi, noi, le anime pure di cui sopra, vivevamo gli artisti disegnatori come dispensatori di emozioni: e la magia di allora accantonata per far posto al nuovo. Non si può pretendere che la Lucca Comics di un tempo, piccola come un bambino, rimanesse tale per sempre: è diventata adulta e cammina da sola con i suoi sbagli e contraddizioni, io per l’affetto che mi lega a quel bambino posso solo continuare a camminare con lui; dovunque vada. Sarebbe altresì auspicabile che Lucca trovasse il modo di ri-valorizzare i comics e quelle emozioni legate al passato, che tanto hanno inciso per molte generazioni e, non dimentichiamolo, li hanno portati dove sono oggi. Certo, sfida non facile con il rischio concreto di stuccare un amarcord sulla via del tramonto dove il bacino di utenza somiglia sempre più a una casa di riposo con pensionati in crisi d’identità, ma le possibilità ci sono, le competenze anche, si tratta di mettere in campo idee fresche che riescano a inserirsi nei nuovi contesti e soprattutto sigillare tutta la parabola culturale come ideale trait d’union (French Kiss) da tutto quello che ha rappresentato il fumetto in parallelo con le generazioni e la società circostante. Ideale per questa bella visione (auspicata da molti) sarebbe inserirla il prossimo anno, 2026, per i festeggiamenti del 60esimo. Comunque, siamo certi, che gli organizzatori della manifestazione riusciranno a mettere in campo un ulteriore successo, anche perché… Questi Lucchesi…“

Piero Caniparoli [05/11/2025]

Il Sacro Graal [Articoli]

Qualche tempo fa un utente di uno storico forum di fumetti vintage ha pubblicato un post in cui segnalava il ritrovamento di una ristampa da 400 lire di un Tex, mi pare fosse il 128, con una sfumatura di colore in quarta di copertina tendente all’azzurro rispetto al tradizionale violetto.

L’utente si è poi risentito del fatto che non venisse presa in considerazione la sua tesi che ci si trovasse di fronte a una prova di colore editoriale poi scartata in sede di stampa definitiva.

Questa ormai frequente ossessione per il ritrovamento del pezzo raro porta a confondere un  comunissimo inconveniente tipografico, probabilmente dovuto all’esaurimento di un colore, con il ritrovamento del Sacro Graal. 

Sempre più spesso si spendono intere discussioni nel mediare definizioni che dovrebbero essere ovvie e note a tutti.

Cosa sia una variante, una prova di stampa, una prima tiratura, una tiratura di testa, una ristampa, una riedizione sono tutti concetti che ormai vengono manipolati in base al proprio tornaconto, non ultimo da molti commercianti. Non è raro trovare in vendita definiti come rarità albi con pagine bianche, stampate a rovescio o con sequenza di foliazione errata. Per non parlare poi di quelli che sanno sempre con estrema precisione quante copie sono state prodotte di qualsiasi tiratura di stampa.

Anni fa, passando davanti alla redazione di una casa editrice bolognese ormai scomparsa, notai accanto a un cassonetto una consistente pila di volumi di Will Eisner freschi di stampa. Incuriosito ne sfogliai qualcuno e mi accorsi che tutti quanti, da una certa pagina riprendevano con la pagina 1, ripetendo parte dell’albo. Si trattava di un classico errore tipografico, giustamente ritirato e cestinato.

Ebbene, un anno fa ho ritrovato uno di quei volumi in vendita in una fiera come curiosità da collezione…

Purtroppo questa fissazione di possedere ad ogni costo qualcosa di unico e di conseguenza prezioso è diventato un must del collezionismo “moderno” che va a snaturare in modo irreversibile quel pensiero nobile che all’origine stava alla base di appassionate ricerche e animati scambi di opinioni.

Sono passati trenta anni e forse più da quando si iniziò a tracciare le differenze tra le varie copie dei Tex spillati. La cosa nacque per passatempo, per cercare di ricostruire filologicamente la sequenza delle stampe in base a minime modifiche riscontrate su albi che apparentemente erano tutti simili, senza datazioni utili al riconoscimento. L’editore, più volte interpellato anche dal sottoscritto, diceva di non ricordare per cui si cominciò ad analizzare albo dopo albo con il calibro e la lente di ingrandimento. Quella che era considerata la prima edizione, veniva progressivamente sostituita da un successivo ritrovamento con più elementi e, almeno inizialmente, non c’era quell’accanimento che è esploso negli anni successivi. Ci si accontentava di avere in collezione uno spillato non censurato, possibilmente in ottime condizioni e i prezzi non variavano in modo così esponenziale tra una versione e l’altra.

Oggi il mercato si infiamma appena si informa la comunità di aver scoperto anche la più insignificante delle varianti, per cui spesso conviene tenere le informazioni per sé, specie se l’albo manca nella propria collezione.

Il paradosso che più mi rattrista è che si incontra il tizio che sa tutto della coda del cavallo all’insù o all’ingiù della tal vignetta ma non conosce il nome di chi l’ha disegnata.

Quando si discute sul fatto che il collezionismo del fumetto è in crisi io non penso alle statistiche che riportano numeri in costante calo, bensì al progressivo degrado qualitativo del collezionismo stesso, nella figura propria della persona collezionista. Mi si risponde spesso argomentando che è il tipo di collezionismo ad essere cambiato, spostandosi naturalmente da un approccio storico – filologico a un mero possesso del feticcio, meglio se immacolato e ancor meglio se è un ottimo investimento.

Sarà anche vero ma io sono troppo legato a un passato fatto di curiosità, quello che si basava sulla gioia del ritrovamento fine a se stesso e del poter leggere come finalmente finiva la storia.

Quando vado a una fiera ormai non mi butto più tra i corridoi a frugare sui tutti i banchi ma trascorro regolarmente quasi tutto il mio tempo a scambiarmi notizie e aneddoti con antiche e nuove conoscenze. 

Ha senso tutto ciò? 

Per un vecchio rimbambito che annusa ancora la carta, forse ancora sì.

Giuseppe Vannini [30/10/2025]

Errata Corrige [Articoli]

Fortunatamente c’è sempre qualcuno che i Quaderni del Tex non solo li compra, ma li legge con attenzione… e ti fa notare quando, da qualche parte, hai scritto una castroneria. È il caso dell’amico Simeone, che ha segnalato un errore riguardante il Tex n. 11 censurato con testatine datate. Nel Quaderno n. 2, infatti, questo albo viene descritto come avente tutte le testatine datate tranne la 9-10-11 e la 13.

In realtà, le testatine non sono la 9-10-11 e la 13 ma la 10-11-12 e la 14, e il problema non finisce qui: evidentemente il famigerato “copia e incolla” ha colpito alla grande, visto che nel Quaderno n. 1 le indicazioni erano esatte. E ha colpito anche riguardo all’albo non censurato, sia nella versione Kit che in quella Ragazzo nel Far West, dove le testatine non datate sono solo la 10-11 e 12 e non 9-10-11 e 13.

Altro refuso risiede nella scheda del n. 12, laddove riporto la testatina non datata nella n. 4 invece che la 5. In questo caso ringrazio l’amico Marco di VC.

Me ne scuso sinceramente. So bene che i Quaderni sono strumenti con cui molti collezionisti confrontano e verificano i propri albi - proprio come ha fatto Simeone - e un errore può creare confusione.

A mia parziale discolpa, ammetto di aver agito con leggerezza: il testo in questione proveniva da un vecchio file custodito in una cartella che raccoglieva molto materiale destinato a un Index di Tex richiestomi nel 2010 dall’editore Ferriani. Ironia della sorte, in quel periodo non possedevo una copia del n. 11 non censurato - avevo venduto da tempo la mia, non proprio in ottime condizioni - e solo nel 2017 riuscii a acquistare il “mio” n. 11 grazie all’amico Raggi. Per questo, stupidamente, all’epoca non controllai di persona.

Comunque, consulto spesso i miei Quaderni ogni volta che mi accingo a scriverne uno nuovo. Capita quindi che mi accorga da solo di qualche errore o imprecisione. Fa parte del gioco e, tutto sommato, credo che finora di castronerie davvero clamorose non ne siano emerse.

Ma al di là di questo, devo dire che ricevere “segnalazioni” è, paradossalmente, una piccola soddisfazione. Succede di rado, e proprio per questo assume un valore particolare: significa che non tutti acquistano i tuoi lavori solo per riporli in libreria, ma che qualcuno li legge davvero, li consulta, li confronta. E questo, per chi li scrive, è forse il riconoscimento più bello.

Francesco Bosco [25/10/2025]

I miei fumetti [Articoli]

Sono cresciuto tra le pubblicazioni della Corno come Uomo RagnoDevil e i Fantastici Quattro, quelle della Dardo come Miki e Il Grande Blek, e dei Fratelli Spada come Mandrake e L’Uomo Mascherato. E poi ancora TopolinoTarzanBraccio di FerroTexDiabolikFlash Gordon e tantissimi altri. Ma il mio ingresso nel mondo dei fumetti è stato atipico, molto diverso da come lo raccontano molti appassionati. Non mi sono imbattuto in un albo per caso, né la lettura mi ha trasportato all’improvviso nel magico mondo delle nuvole parlanti. No, io i fumetti li ho avuti sempre in casa, fin da quando ero bambino. Anzi, c’erano da molto prima della mia nascita: mio padre era già un appassionato lettore e collezionista di tutto il materiale citato sopra.

Eppure, nonostante fossi nato nel 1976, fino ai dieci anni non avevo mai realmente preso in mano un albo. Tutto cambiò all’inizio del ’90, quando, cercando l’immagine di un uomo con l’arco per un logo da far realizzare a un mio amico, estrassi dalla teca di mio padre qualche volume. Tra questi, c’era un “promettente” Magazine.

Non trovai quello che cercavo ma iniziai a leggere quella rivista subito, e quella sera stessa, non appena mio padre tornò dal lavoro, gliene parlai. Lui mi spiegò immediatamente che esisteva un formato migliore per apprezzare appieno la storia e le vignette: l’albo originale si intitolava Lily e il cacciatore, con Ken Parker, ed era come doveva essere: in bianco e nero!

Fu allora che mi ricordai di un suo consiglio di qualche anno prima, quando mi aveva già suggerito di leggere Ken Parker - un consiglio che, all’epoca, avevo ignorato. Stavolta, però, decisi di fidarmi. Da Ken Parker il passo fu breve verso altri grandi classici che mio padre mi propose: Asterix, Blueberry e alcune avventure a puntate del Giornalino.

Fu l’inizio di un vero e proprio viaggio. Presto mi misi a esplorare in autonomia, guidato dall’istinto e dalle sensazioni, scoprendo riviste come Orient ExpressEternauta e Comic Art, e saghe indimenticabili come quella de Lo Sconosciuto di Magnus o H.P. Bergman di Manara.

Un tesoro che avevo sempre avuto in casa, senza mai accorgermene. 

Oggi i fumetti li leggo molto meno, vedo tante proposte, soprattutto in libreria, ma, spulciando albi e volumi, mi sono accorto che gli autori non hanno più idee o perlomeno non più idee originali. 

Di questo è difficile parlarne negli spazi internauti, a mia conoscenza sembra che esistano solo spazi dove l’estetica degli albi conti molto più che i contenuti. La mia sensazione è che nel mondo del collezionismo dei fumetti esiste una corrente che sembra aver smarrito il senso originario della passione: la lettura. Per molti collezionisti, infatti, il valore dell’albo si misura esclusivamente nella sua integrità fisica, nella rarità della copertina, nella presenza o meno di una piega invisibile. Gli albi vengono imbustati, sigillati, custoditi come reliquie: mai sfogliarli, toccarli, persino respirarci sopra. In questa ossessione per la conservazione perfetta, il fumetto smette di essere un racconto, un’emozione, e diventa un semplice oggetto da esporre. Così, molti di questi “collezionisti puri” ignorano completamente i tesori narrativi che tengono sotto plastica: storie intense, disegni straordinari, personaggi indimenticabili.

Vabbè, forse sono rimasto indietro coi tempi, ma mio papà, che non c’è più da dieci anni, non ricordo mi guardasse in cagnesco ogni qualvolta sfilavo un albo dagli scaffali. 

 

Ringrazio questo sito per avermi ospitato e permesso di pubblicare pensieri che credevo fossero solo i miei. Smile

Tito Lamberti [19/10/2025]

Il ritorno su Facebook [Articoli]

Mancavo da un paio d’anni da Facebook. Lo frequentavo poco anche prima, e quasi solo per i fumetti e qualche incursione musicale. Ci sono tornato un paio di settimane fa, giusto per rispondere su Messenger ad alcuni amici che volevano le mie due nuove pubblicazioni.
Grave errore.

Nel giro di poche ore sono stato travolto da una valanga di link che mi invitavano a seguire pagine di ogni genere. Ho dato un’occhiata a quelle dedicate ai fumetti e... mi sono cadute le braccia. In due anni, la situazione è peggiorata. Ma peggiorata sul serio.

Tra le tante, una pagina in particolare (dedicata prevalentemente a Tex ) mi ha lasciato senza parole. Discussioni di una povertà disarmante, un livello medio da far venire i brividi… eppure migliaia di visualizzazioni. Mi sono chiesto come fosse possibile. Poi, in mezzo secondo ho sentenziato: il problema non è il fumetto, ma il materiale umano che ci gira intorno. Diciamolo una volta per tutte: l’ignoranza dilaga. Gente che, tanto per intenderci, probabilmente mette il cacio sugli spaghetti alle vongole e vorrebbe piazzare chissà quale altra schifezza qua e la.

E così, mentre su qualche forum “storico” da tempo sono approdati personaggi che riempiono gli spazi di fuffa e su YouTube impazzano gli urlatori, gli sproloquiatori e perfino chi “bestemmia” per fare visualizzazioni, tocca rimpiangere quelle vecchie pagine dedicate a Tex con quasi centomila iscritti … e non perché fossero perfette, tutt’altro, ma perché, rispetto a certe nuove “creazioni”, oggi sembrano quasi dei cenacoli culturali. 

Prendiamo atto che gli utenti preparati, quelli che una volta animavano le discussioni con competenza e passione, sembrano essersi ritirati in silenzio. E cazzo, non è cinquant’anni fa che sul forum di “Collezionismo Fumetti” si discuteva davvero di fumetti: dalle origini negli anni ’30 fino alle pubblicazioni contemporanee. Era solo poco più di quindici anni fa. Un tempo in cui si parlava di autori, di edizioni, di carta e di stampa; in cui si confrontavano le differenze tra una tiratura e l’altra, o si riscoprivano piccoli gioielli dimenticati.

C’era chi portava conoscenza, chi esperienza diretta, chi semplicemente voglia di capire. Le discussioni erano animate, a volte accese, ma quasi sempre costruttive. Oggi invece, se osi parlare di un autore o di una copertina con un minimo di competenza, o vieni guardato come un alieno oppure non vieni neppure cagato. Devo dire che anche il forumista “presunto serio”, quello sbarcato di recente sui forum, spesso non è meglio degli altri. Lo vedi saltellare da un gruppo all’altro, convinto di portare chissà quale verità rivelata, ma in realtà mosso solo dall’urgenza di farsi notare. Quando non ha di meglio da fare, viene a rompere i coglioni a chiunque stia cercando di parlare seriamente di fumetti. Insomma, marca il territorio come un cane in calore, spisciazzando a destra e a manca con la sua “cultura del cazzo”, fatta di mezze letture, sentenze assolute e un ego grande come due chiappe boteriane.  A quel punto, molto meglio quello che almeno è sincero… quello che dice di amare Tex fin da bambino e poi ti chiede, candidamente, come si chiama la sposa di Tex.
Molto meglio, davvero. Perché almeno non finge. Non deve dimostrare niente, e nella sua ingenuità conserva ancora un po’ di quella curiosità vera che faceva grande il lettore di fumetti.

Boh, alla fine è come se il senso della passione si fosse perso per strada, sostituito dal rumore di fondo. Una sorta discarica di opinioni urlate, meme riciclati e frasi fatte.

Però il fumetto c’è ancora: resiste, pubblicato, ristampato, collezionato, ma l’amore attorno a lui sembra evaporato

Francesco Bosco [13/10/2025]

L’interpretazione? ma mi faccia il piacere! [Articoli]

Quante volte abbiamo letto che il disegnatore chiamato a lavorare su un personaggio seriale debba essere rispettato nella sua interpretazione stilistica? È un principio sacrosanto, almeno in teoria.
Prendiamo ad esempio Ken Parker: quando Giorgio Trevisan lo disegnò, il protagonista assunse un aspetto molto diverso da quello originariamente tratteggiato dal suo creatore, Ivo Milazzo. Eppure, quella versione fu accolta con affetto e curiosità dai lettori.

Naturalmente, non sempre le cose vanno così lisce: a volte il pubblico si divide. È il caso del Tex di Erio Nicolò, amatissimo da molti e allo stesso tempo contestato da altri. O il Tex di Roberto Diso. La verità è che ogni disegnatore possiede un proprio linguaggio visivo, e spetta all’editore valutare se quello stile sia adatto o meno a un certo personaggio. Se la scelta si rivela sbagliata, la responsabilità non è mai del disegnatore, ma di chi l’ha voluto a bordo.
Per assurdo, se Sergio Bonelli, in un momento di follia, avesse deciso di affidare Tex al mitico trio EsseGesse, il prevedibile disastro grafico non sarebbe certo stato imputabile a loro: semplicemente, non erano fatti per quel personaggio.

Esiste però un settore della critica - quella che di critica autentica ne sa quanto Bezos di fame nel mondo - pronto a giustificare ogni decisione editoriale, a posteriori, come un esperimento creativo da accettare senza riserve. Così, si elogiano Zaniboni o Magnus per le loro personali visioni di Tex, ma con lo stesso metro bisognerebbe allora giudicare anche Sergio Toppi, illustratore di fama internazionale, quando, cimentandosi con Julia, non sempre riesce a coglierne l’essenza.
La “pezza” con cui è stata corretta la vignetta che mostriamo qui è, francamente, imbarazzante. E con quella altre “pezze”. Forse che Toppi non interpreta?

A questo punto, la domanda è inevitabile: qual è il limite oltre il quale l’interpretazione personale diventa snaturamento? Fino a che punto un personaggio creato graficamente da altri può essere riletto senza tradirne l’identità? Forse non importa se Julia deve ricordare Audrey Hepburn o Ken Parker Robert Redford, ma un confine sottile, invisibile ma reale ,a questo punto esiste. E con chi? Con Sergio Toppi? Per dirla alla Totò: ma mi faccia il piacere!

Eustorgio La Talpa [06/10/2025]

30 settembre: viva Galep! [Autori di Tex]

Oggi è il 30 settembre. Una data che ogni texiano autentico ha scolpita nella memoria, senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

In un giorno come questo, il mio pensiero e il mio riconoscimento vanno a un solo nome: Aurelio Galleppini, in arte Galep. Troppo spesso accusato da lettori “modernisti” e perfino da qualche collega illustre di aver disegnato un West “da pistole ad acqua”, di aver vestito gli indiani in modo improbabile, di aver creato ambientazioni più pittoresche che storicamente attendibili.

Senza tornare per l’ennesima volta sul “contesto fumettistico” dell’epoca (sarebbe fin troppo ovvio), vorrei spostare l’attenzione su un altro punto, ponendo una semplice domanda:
Se al posto di Galep ci fosse stato un disegnatore rigorosamente filologico, attento a riprodurre fedelmente abiti nativi, armi dell’epoca, saloon in mattoni e ogni minimo dettaglio storico… siamo davvero sicuri che Tex sarebbe riuscito a sopravvivere?

La risposta è semplice: assolutamente no.

A prescindere dai giudizi sommari espressi negli anni sul suo lavoro - c’è perfino chi, sui social, ha scritto che oggi a Galep “non affiderebbero neanche i disegni delle istruzioni Ikea” - la verità è che Tex avrebbe potuto continuare a vivere soltanto grazie a disegnatori come Galep o Uggeri: artisti di talento che avevano ben chiaro di dover produrre le strisce “a peso”, garantendo ritmo e continuità editoriale.

Per fortuna è andata così. Per quanto io possa amare autori raffinatissimi come Caprioli o Benvenuti, è evidente che non avrebbero retto quei ritmi. Figuriamoci, poi, i disegnatori più recenti: nomi come Milazzo o Zaniboni, o i tanto osannati artisti odierni, per i quali realizzare le 244 pagine di un Texone significherebbe affrontare la salita dello Zoncolan con una bicicletta da passeggio.

Viva Galep, dunque. Senza di lui, probabilmente, oggi non staremmo nemmeno qui a celebrare questa data.

Francesco Bosco [30/09/2025]

26 settembre 2025 [Autori]

Il tempo, si sa, finisce per sbiadire tutto. A volte persino le cose che hanno lasciato un segno profondo nella tua vita.
E, a proposito di segni, credo che nessuno, nel mio personale universo fumettistico, abbia avuto un ruolo più importante di Sergio Bonelli.

Sono cresciuto con Topolino, Super Eroica e con gli avventurosi albi della Bianconi. Ma il giorno in cui ho incontrato Tex, tutto è cambiato. Davvero tutto. Pur continuando a leggere le testate di prima, nessun personaggio riusciva ad avvicinarsi alla passione che provavo per il Ranger creato da Galep e Bonelli, un personaggio che, tra l’altro, era entrato nella mia casa accompagnato dai disegni di Giovanni Ticci.

Poi, un giorno, arrivò Zagor. Questo strano eroe vestito in modo singolare, i cui albi vedevo spesso in edicola, entrò nella mia vita quasi per caso: fu mio zio a regalarmi La Mano di Allah. Lo lessi d’un fiato, e subito dopo comprai anche Molok. Poi smisi per un po’, finché non arrivò Indian Circus… ed è lì che scoccò la scintilla definitiva. Da quel momento fu amore totale.

Indian Circus e la straordinaria sequenza di capolavori firmati da Nolitta e Ferri cambiarono il mio modo di vivere il fumetto. In quegli stessi anni Tex pubblicava storie immortali come La cella della morte e Terra promessa - eppure nulla da fare: ormai era l’uscita di Zagor quella che attendevo con più trepidazione.
Una sensazione simile l’avrei provata solo nel 1977, con l’arrivo di Berardi e Milazzo e i loro capolavori I gentiluomini, Omicidio a Washington e Chemako.

Sergio Bonelli - o meglio, Guido Nolitta - è stato per me un punto di riferimento vitale dell’adolescenza. Con lui ho condiviso una corrispondenza durata quindici anni, e da lui ho imparato molto più di quanto potessi immaginare: l’arte di comporre una frase, la poesia nascosta nei messaggi, il piacere di scrivere a un amico, a una ragazza, o perfino nei temi scolastici. Ancora oggi, quando mi capita di usare quella sua espressione “dal momento che…”, sorrido pensando a lui.

Oggi sono passati quattordici anni da quando se n’è andato. E volevo semplicemente dedicargli un pensiero. Perché, alla fine, il tempo non riesce davvero a cancellare tutto.

Francesco Bosco [26/09/2025]

Tra una coda e l’altra [Documentazione]

Ieri ho scritto alcune considerazioni necessarie sul volume Copiamolo!, oggi tocca invece al Quaderno n. 6, ma solo per chiarire un dettaglio specifico.

L’amico Claudio - che ringrazio pubblicamente - appena terminata la lettura del Quaderno mi segnala che il suo albo non censurato n. 1 con la dicitura “Leggete” presenta una vignetta diversa da quella da me pubblicata. Si tratta della scena in cui Tesah cavalca un cavallo, la cui coda assume diverse versioni grafiche a seconda dell’edizione. Nel suo esemplare, la coda appare in una forma che definirei “biforcuta”.

Apriti cielo. Da questa osservazione nasce un’indagine collettiva che coinvolge altri appassionati e collezionisti, al termine della quale emerge che la coda biforcuta è effettivamente la versione più comune negli albi con dicitura “Leggete”. A quel punto, però, mi sorge spontanea una domanda: da dove proviene la versione della vignetta che ho pubblicato io?

Poiché non pubblico mai materiale non verificato nei miei libri, decido di ricostruire la provenienza di quella immagine. Controllo accuratamente la posta elettronica, i messaggi delle app di messaggistica e, spingendomi oltre, perfino le vecchie conversazioni sui social (che, peraltro, non frequento più da tempo). Nessuna traccia.

Inizia allora a farsi strada un sospetto: che qualcuno mi abbia inviato un’immagine falsata, proprio come accadde molti anni fa quando ricevetti una vignetta con la parola “purtroppo” in bella grafia (come nella striscia originale), attribuita a un albo gigante non censurato, episodio che mi portò all’epoca a commettere un errore di valutazione, tanto da porre la versione Leggete con Purtroppo come prima uscita del non censurato.

Alla fine, la spiegazione si rivela molto più semplice di quanto pensassi: nel Quaderno ho semplicemente dimenticato di specificare che la vignetta pubblicata proviene proprio da quella copia del gigante con la scritta “purtroppo”, e non dal gigante in cui tale parola è assente.

A questo punto, il passo successivo è chiaro: contare e catalogare tutte le varianti della coda. Anzi, sarebbe ancora più utile censire tutte le versioni della vignetta in cui essa compare, poiché le differenze tra le varie lastre di stampa non riguardano soltanto la travagliata coda, ma anche altri dettagli grafici della scena.

Francesco Bosco [25/09/2025]

Due cose su "Copiamolo!" [Documentazione]

In questi giorni mi è capitato più volte di essere contattato da amici che avevano acquistato l’intera collana di Western all’Italiana, comprese le due dispense a fascicoli, i quali hanno però considerato Copiamolo! un volume a sé stante. Ho dovuto spiegare loro che non è così: Copiamolo! rappresenta a tutti gli effetti il capitolo conclusivo di Western all’Italiana. In queste pagine si parla naturalmente di “copiatura”, ma questa volta il discorso si sposta meno su Galep e sui disegnatori popolari dell’epoca e molto di più sui grandi autori — con un ampio e approfondito capitolo dedicato, ad esempio, a Gir-Moebius.

Il volume è inoltre arricchito da sezioni di approfondimento dedicate a temi che esulano dal western classico, come il fumetto horror ed erotico, sia italiano che internazionale.

Lo dico con tutta la modestia possibile: tra i lavori che ho realizzato nel campo del fumetto, questo è certamente quello che mi ha dato le maggiori soddisfazioni. Scrivere di Guido Nolitta e del suo “horror” in Zagor, oppure di Gianluigi Bonelli e del suo modo di trattare l’elemento orrorifico in Tex, è stato davvero divertente. Credo che quei passaggi trasmettano anche al lettore un piacevole momento di scoperta e leggerezza.

C’è poi un’altra sezione, anch’essa piuttosto corposa, dedicata al fumetto erotico. Nei volumi di Western all’Italiana ho riservato molte pagine a questo argomento — così come al fumetto nero e ad altri generi affini. Per questo, quando qualcuno vi chiede (a titolo informativo) se i libri affrontano anche mondi al di fuori di Tex, Zagor o Il Piccolo Ranger, vi invito a rispondere con precisione… naturalmente, solo se i volumi li avete effettivamente aperti.

Se tutto va come previsto, conto di completare entro dicembre la guida “crono-economica” a cui lavoro da agosto. Subito dopo mi dedicherò a un nuovo progetto, con l’obiettivo di restituire dignità e visibilità a quel fumetto popolare che ha fatto sognare generazioni di lettori, prima che venisse soffocato dalla moda delle variant cover, dalle ristampe di lusso da libreria e — peggio ancora — dalla mediocrità delle discussioni sui social.

Ah, nel frattempo anche il Quaderno n. 6  è in via d’estinzione

Francesco Bosco [24/09/2025]

Quaderno 6 e "Copiamolo!" [Articoli]

Spiegare cosa accade quando scrivi un libro e arriva il momento di portarlo in tipografia non è affatto semplice. Non intendo raccontare per filo e per segno la mia personale “storia tipografica”, ma qualche episodio merita almeno di essere ricordato.

Il primo volume di Western all’Italiana andai a ritirarlo direttamente a Frosinone, ancora “caldo” di stampa stava uscendo dalle macchine. Il titolare della tipografia me lo consegnò poche ore prima della mia partenza per la fiera del fumetto di Reggio Emilia. Solo una volta arrivato al banco della fiera mi accorsi dell’amara sorpresa: la brossura era pessima, la colla di qualità scadente e molti volumi si spaginavano già al primo tocco. Non bastasse, erano stati usati i file delle prove provvisorie, lo stesso identico errore che avrebbe commesso anche la seconda tipografia con il volume 2.

Il terzo “Western”, poi, fu una vera odissea. Gli appunti che avevo consegnato a una delle due titolari della tipografia furono completamente ignorati, con effetti disastrosi su font e immagini. Per non parlare degli appuntamenti presi e poi “dimenticati”, e dell’ordine di 200 copie che si trasformò magicamente in 182. Lo scoprimmo contando i volumi uno per uno, io e un amico, davanti a loro. La giustificazione fu sconcertante: il libro, dissero, lo avevano fatto stampare altrove e lì era avvenuto l’errore.

Con il quarto volume di Western all’Italiana, le ristampe successive e la collana dei Quaderni del Tex, decisi di affidarmi alla storica tipografia Facciotti di Roma, fondata addirittura nel 1556. Una scelta finalmente felice: professionalità impeccabile e, nell’unica occasione in cui si verificarono errori, si assunsero la responsabilità ritirando i volumi difettosi e ristampandoli da capo.

Gli ultimi due numeri dei Quaderni del Tex e questo mio nuovo libro, Copiamolo!, li ho invece affidati a una tipografia importante della zona di Roma. Non è la Facciotti, che nel frattempo ha chiuso i battenti con il pensionamento del titolare (una persona che non ti faceva mai sentire un semplice numero), e per ora devo accontentarmi.

In tutto questo c’è poi la questione economica, che è quasi sempre una rimessa garantita. Con questi lavori non si guadagna un fico secco, al contrario di quanto molti potrebbero immaginare. Anzi: l’inesperienza iniziale mi è costata qualche migliaio di euro. Solo recentemente sono riuscito a tamponare le perdite.

Prendiamo ad esempio i volumi della collana Western all’Italiana: per realizzarli è necessario procurarsi materiale a fumetti raro, spesso costosissimo. Solo le prime annate di Grand Hotel mi sono costate la bellezza di 600 euro. A questo si aggiungono gli infiniti spostamenti in auto, le copie omaggio, le spese di spedizione, gli sconti richiesti in continuazione e persino il “tributo” agli immancabili imbroglioni che, con modi convincenti, si fanno consegnare materiale prezioso per poi sparire senza più farsi vedere. Una tristezza senza fine.

Affidarsi a un editore, certo, eliminerebbe gran parte di rischi, ansie e costi imprevisti, ammesso che esista un editore disposto a stampare le mie cose. Ma non mi faccio illusioni: anche in quel caso non credo che i proventi sarebbero chissà quali. 

Comunque, dalla fine Quaderno 6 e volume Copiamolo! saranno a disposizione degli amici texiani e non, da questo fine settimana. 

E per dicembre sto preparando una Guida tascabile di Tex - con schede sugli originali e la loro valutazione - in arte povera: roba in B/N, carta riciclata, senza quasi immagini. Una comoda guida che costi poco, da portarsi dietro quando si fanno acquisti.

Francesco Bosco [16/09/2025]

Noi dove eravamo? [Articoli]

Avevo circa 35 anni. Troppi per trovare una giustificazione nonostante ONU, Nato, Europa e il mondo intero disperdessero nel vento a 360 gradi anatemi e parole.

Di allora ricordo un mantra ripetuto fino all’ossessione: “Tito li teneva uniti, adesso che non c’è più bisogna stare alla larga da quegli zingari e lasciare che se la sbrighino da soli, i Balcani sono una polveriera”.

Fino ad allora la Jugoslavia andava bene a tutti: località sobrie e un po’ tristi ma mare da favola e un piatto di gamberi alla griglia per quattromila lire. Sette anni prima avevano ospitato le Olimpiadi invernali, considerate anche oggi le migliori di sempre.

Qualche anno fa ho accompagnato alcuni  amici in barca a vela dal nord attraverso tutto l’Adriatico, destinazione Sicilia. Una notte volevano riposare tutti e mi hanno relegato al timone. “Non ti preoccupare: le luci che vedi a sinistra sono le isole dalmate, quelle a destra sono le Marche. Tu mantieniti rigorosamente nel mezzo, schivando le boe dei pescatori e vai tranquillo.”

Già. I Balcani sono una polveriera ma le bombe non cadevano troppo lontano da noi, non abbastanza lontano da ignorare quello che succedeva laggiù. Ho cercato in rete negli archivi RAI qualche TG dell’epoca per capire se ero io il menefreghista disattento. Falcone, Borsellino, Tangentopoli, Maradona… avevamo rogne grosse, assai più importanti. Capisco. Forse per questo le notizie passavano solo di tanto in tanto frammentate, quasi mai annunciate in apertura di sommario. O forse, cinicamente, perché nei Balcani non ci sono risorse importanti da accaparrare e, caduto il muro di Berlino, il cuscinetto del “comunismo buono” non era più strategico alla sopravvivenza del capitalismo occidentale.

Sui libri di storia un breve paragrafo raccontava che a  Sarajevo nel 1914 un anarchico aveva ucciso l’Arciduca d’Austria, dando il via  alla Prima Guerra Mondiale. Lo studiavi a marzo inoltrato e bisognava passare subito oltre perché rimanevano solo due mesi di scuola per tutte le guerre del 900 e arrivare fino alla prosopopea dei giorni nostri. Quindi non c’era tempo di porsi troppi perché.

Forse è proprio per il fatto che non abbiamo mai tempo per porci troppi domande che certe situazioni si ripetono miseramente uguali, anno dopo anno, da secoli.

Paradossalmente, per capire ho avuto bisogno di un fumetto. Anzi di due.

Quando ho letto Sarajevo Tango, al di là della consueta sceneggiatura cruda e drammatica di Hermann e dei sui spettacolari disegni ad acquerello, mi aveva colpito, anzi irritato, il modo grottesco con cui rappresentava  le istituzioni internazionali: Puffi e palloni gonfiati, personaggi che si affacciano dai buchi di un enorme formaggio. Ma come? L’ONU difende i diritti dell’umanità intera e la Nato protegge direttamente noi, non capivo bene perché stereotiparli in quel modo. 

Poi ho letto Fax da Sarajevo su un volume allegato al Corriere della Sera perché inizialmente l’avevo snobbato non essendo mai stato un patito del tratto spigoloso e graffiante di Joe Kubert, fin dai tempi in cui ero appassionato di Tarzan. A lui preferivo l’anatomico Hogarth e il metodico Manning.

Fax da Sarajevo l’ho letto due volte e poi l’ho riletto una terza, poco prima di partire per quella città strana, unica al mondo. 

La sceneggiatura è perfetta, moltissime tavole sono assemblate magistralmente, la storia è toccante. L’avventura di Ervin Rustemagic e del suo calvario di speranza per portare la famiglia fuori dalla Bosnia è nota a tutti coloro che seguono con attenzione il mondo dei comics. Senza saperlo, ho sicuramente incrociato Ervin in una qualche Lucca del secolo scorso e mi sarebbe piaciuto andarlo a trovare a casa sua ma mentre googlavo il suo indirizzo, ho appreso della sua morte. Non mi ha comunque impedito di fare una lunga passeggiata fino all’Holiday Inn, luogo simbolo dell’assedio, lungo un imponente ed elegante viale costellato da moschee, sinagoghe e chiese cattoliche, ancora segnato da schegge di mortaio e fori di pallottole. 

Sarajevo è adagiata sul fondo di un catino di deliziose colline verdeggianti. Difficile immaginarle piene di cannoni e mortai puntati sul centro della città. Sull’ardita pista da bob la Germania Est aveva dominato quasi tutte le gare olimpiche. Poi la Repubblica Democratica Tedesca si era dissolta come nebbia al sole tra le macerie del muro e nel volgere di pochi anni le curve paraboliche della pista si erano trasformate in una lunga trincea dai contorni spettrali. 

Impossibile non pensare a dove eravamo noi durante quegli interminabili 1425 giorni di assedio, forse concentrati a goderci le ultime copertine di Galep o a leggere le storie fantastiche di Zona X. I più bravi forse si sentivano in pace con il mondo plaudendo agli albetti underground di Maus allegati a Linus.

Di là , oltre il mare mucillaginoso, popoli che da secoli rivendicano la loro indipendenza vedevano nei genocidi di massa l’unica soluzione possibile ai problemi di coesistenza. 

Bombardare la Biblioteca Nazionale per azzerare i legami culturali con la storia, come nell’antichità, come nel medioevo, come in Fahrenheit 451, come nella mente dello psichiatra Fredric Wertham, era un atto necessario. 

Gli esseri umani sono un indiscusso patrimonio dell’umanità ma un gradino più sotto lo sono anche i milioni di libri che la stessa umanità ha stampato nel corso dei secoli. 

Quello di Sarajevo è considerato l’ultimo grande assedio della storia portato con logiche medievali. In futuro, sarà più difficile trovare ancora delle gigantesche biblioteche da distruggere in quanto disperse nel cloud, negli hard disc di tutti noi o nel sottosuolo delle Svalbard.

(Agosto 2025)

Giuseppe Vannini [11/09/2025]

Sotto il tavolo della nonna [Documentazione]

Era una sera dell’inverno del 1972. In cucina di mia nonna Rosa, l’aria era calda e profumata di caffè. Mia madre e le zie parlavano fitto, ridendo sottovoce, mentre le tazzine tintinnavano appena sui piattini. Gente di Napoli, mia nonna e le zie, sempre pronta al rito del caffè. Io, invece, ero rannicchiato sotto il grande tavolo di legno, con le ginocchia piegate stringendo tra le mani un albo di Tex, il numero 135: "Diablero". Non so dire se l’avessi comprato direttamente io o se me lo avesse preso mia madre, ma so con certezza che quella sera lessi uno dei capolavori assoluti del Ranger, una delle storie che ho più amato dell’intera serie.

Fu un’esperienza totalizzante. Nascosto sotto quel tavolo, con le voci ovattate dei grandi sopra la testa, venni risucchiato nel mondo oscuro delle Sierras, dove un lupo mannaro seminava morte tra gli Apaches. Il terrore prendeva forma tra le linee decise e inquietanti dei disegni di Guglielmo Letteri, che da quel momento sarebbe diventato per me l’artista per eccellenza di Tex per storie del genere horror. La copertina di Galep mi aveva subito colpito. Non c’era la faccia della creatura, solo la sua figura pelosa, di spalle, stagliata contro un cielo notturno. Le spalle larghe, la schiena definita, la mano sinistra che sollevava un povero indiano. Quell’immagine era peggio di qualsiasi primo piano: la mia mente riempiva i vuoti, immaginando un muso deformato, denti affilati, occhi che brillavano nel buio.

Dentro, ricordo la figura ieratica e misteriosa di El Morisco, le magie sinistre della strega Mitla e la ferocia animalesca del fratello Guaimas, trasformato in un licantropo assetato di sangue. C’erano branchi di lupi che ubbidivano a una voce antica e maligna, un male che veniva da lontano, dalla notte dei tempi e dagli altari di pietra degli Aztechi.

Non ho mai avuto il cuore in gola quando leggevo il mio Tex, ma di sicuro in quel caso ammetto di aver vacillato; non riuscivo a smettere di leggere.

Fu quella sera, sotto il tavolo della cucina di nonna Rosa, che scoprii due cose: che l’orrore può avere il volto affascinante dell’avventura, e che Tex non era solo un fumetto, ma un mondo più grande, più oscuro, più vero. E fu anche la sera in cui cominciai ad amare davvero il segno potente e vivo di Guglielmo Letteri, un nome che ancora oggi, ogni volta che lo leggo, mi riporta là, sotto quel tavolo, con gli occhi pieni di paura e meraviglia. 

Ho riportato parte di questo racconto anche nell’ultimo libro che ho appena terminato di scrivere, insieme al Quaderno del Tex n. 6. Entrambi i lavori sono stati mandati in stampa alla fine di luglio.

Del Quaderno conoscete già l’argomento; il libro, invece, affronta i pochi e ultimi, ma essenziali, swipes che chiudono il lungo ciclo dedicato a questo tema, già esplorato in numerosi volumi precedenti. È però soprattutto incentrato su altri filoni, come ad esempio: i mostri nella letteratura a fumetti, l’importazione di modelli sexy del comics americano in Italia, e altre esposizioni che spero troverete stimolanti.

Si tratta di un progetto che giaceva da tempo nel cassetto e al quale ho finalmente deciso di dare vita cartacea, con grande entusiasmo. Purtroppo, gravi errori tipografici hanno raffreddato non poco quell’entusiasmo: le copie pervenutemi sono da mandare al macero. Vedremo se a settembre la tipografia riuscirà a rimediare e a consegnarmi entrambi i lavori in tempo, anche perché l’uscita del Quaderno è ormai diventata un appuntamento sempre più atteso dagli appassionati.

Francesco Bosco [13/08/2025]

Fumetto e cultura: tra chiusure e rinascite [Articoli]

Sono perfettamente cosciente del fatto che non bisognerebbe mai parlare di un argomento se non se ne conoscono perfettamente tutti i dettagli ma nulla vieta di esprimere opinioni o sensazioni sulla base di quel po’ che si percepisce.

Intanto parto da due fatti inconfutabili almeno nella loro essenzialità.

Il primo è una notizia che proviene da Ginevra e riguarda il progetto per il nuovo museo internazionale del fumetto. Le Musée International de la Bande Dessinée verrà aperto nel 2027 in una prestigiosa location e ambisce a divenire un nuovo polo culturale nel cuore dell’Europa come spazio culturale dinamico “di educazione, riflessione e scoperta che metta in dialogo il fumetto con l’intera società”. L’investimento complessivo che riunisce fondi pubblici e privati, raggiunge i 13 milioni di euro.

La seconda notizia, è più o meno contemporanea alla prima, riguarda la chiusura di WOW, lo spazio Fumetto che Milano ha trasformato in museo nell’aprile 2011 sulle radici della fondazione Fossati. 

Non ho avuto la fortuna di conoscere Franco Fossati quando era in vita. Di lui ho letto dozzine di articoli e saggi e possiedo un discreto numero di pubblicazioni. 

In quasi tutti i miei innumerevoli viaggi a Milano ho sempre buttato un occhio alla lista degli eventi sempre presenti nel museo e tante volte sono riuscito a fare una capatina nell’anonima palazzina anni 20 di viale Campania, nonostante non fosse propriamente comoda da raggiungere rispetto ad altre location del centro. 

A sentire le argomentazioni degli addetti ai lavori, il comune di Milano avrebbe potuto dare una significativa mano al museo per superare un debito accumulato per lo più nel periodo del covid. Sul fronte opposto si accusa pesantemente la pessima amministrazione del Museo che non ha saputo approfittare dei tanti sforzi fatti dal comune.

Non posso entrare nel merito su chi abbia ragione, né conosco le capacità imprenditoriali di Luigi Bona, il responsabile del museo, del quale possiedo solo lo stupendo Catalogo del Fumetto Italiano, uno di primi arditissimi esperimenti di classificazione dell’immensa produzione di collane pubblicate.

Senza alcun commento, mi limito semplicemente a mettere una di fronte all’altra la valenza delle due notizie contrapposte e, implicitamente, le città, le regioni e le nazioni da cui sono rappresentate.

Oggi al  termine “Cultura” tra le tante definizioni trovo associato un sintetico “il patrimonio delle cognizioni e delle esperienze acquisite dall’individuo sul piano intellettuale e morale”.

Sul mio vecchio dizionario del 1855 trovo  un assai più romantico “luogo coltivato della mente, del cuore, dello spirito”. Mi verrebbe da dire che entrambe i significati siano surclassati dal cinico “Cultura? Una valida scusa per far cassa” perché ormai nessuno sponsorizza cultura per diletto, per il piacere di condividere conoscenza se in partenza non c’è un active plan sostenibile. Tanto meno le amministrazioni comunali di città che pretendono un posto d’onore nell’élite internazionale. Meglio andar sul sicuro con il solito tour periodico degli impressionisti o i futuristi, con quelli non si sbaglia mai.

Giuseppe Vannini [29/07/2025]

Il collezionismo che non c’è più [Collezionismo]

Era da tanto tempo, forse addirittura anni, che tenevo d’occhio quel numero 38. Passava di tanto in tanto in asta: bello, anzi, molto bello. Eppure restava lì, invenduto. Strano, pensavo. Con i prezzi che girano oggi, un 38 così – spillato, quindi in primissima edizione – a 111 euro non è facile da trovare. Se non ricordo male, tempo prima lo avevo visto proposto anche a una cifra leggermente più alta, forse intorno ai 150 euro, ma comunque sempre accessibile.

Alla fine, l’altro giorno mi sono deciso a prenderlo. Un amico stava facendo acquisti e l’ho incaricato di prenderlo per me. Anzi, di prenderli: oltre al 38, c’era anche un numero 29 in asta, dallo stesso venditore. Occasione ghiotta, due piccioni con una fava.

Quando sono arrivati gli albi – ben descritti dal venditore come “mai aperti, da magazzino, con dorsi scuriti e nella variante sottile”, ho avuto la conferma di quello che ormai penso da tempo: il collezionismo, quello vero, è andato a farsi fottere.

Oggi sono tutti ossessionati dalla costola bianca perfettamente centrata, dagli albi che sembrano piastrelle, senza una piega, immacolati come appena usciti da una stampatrice del 2025. Feticismo puro. Il Tex-Gourmet, ormai!

E invece, se avessi una teca in un museo dedicato al fumetto, non ci metterei mai un albo che sembra uscito ieri. Preferirei di gran lunga esporre un numero che parla del suo tempo: con le sue fioriture da magazzino, la carta un po’ impolverata ai bordi, i segni di una lunga attesa in edicola o in uno scaffale del 1963. Il mio n. 38 è così, e a me emoziona proprio per questo.

È il tempo, quando agisce con naturalezza sulla carta, che mi colpisce al cuore. Non certo la perfezione artificiale di un albo magari anche sbiancato a dovere da qualche professionista del settore.

Sì, lo ammetto: anch’io possiedo albi “bianchi”, lucidi, finti. Ma non li ho cercati, mi sono semplicemente capitati. E li ho tenuti, consapevole che in una futura rivendita dovrò fare i conti con le regole del mercato: albo bianco = maggiore appetibilità. Punto.

Per la cronaca, ho recentemente venduto alcuni miei Tex “non censurati”, in versione gourmet, ed è bastato un attimo: sono spariti subito. Ma quelli che mi emozionano, quelli veri, li ho tenuti con me. E da oggi in poi, credo che continuerò a cercare solo questo: l’emozione.

Francesco Bosco [27/07/2025]

Due parole su Sinner (e Lookman) [Articoli]

 

Oggi non parliamo di fumetti.

Era il 2019 quando vidi per la prima volta questo ragazzo e decisi di pubblicare un post su Facebook. Avevo la netta sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di speciale, a un tennista fuori dall’ordinario. Scrissi quello che potete leggere nello screenshot che ho tratto dalla mia pagina, usando non a caso la parola “fenomeno”.

Che fosse un ottimo prospetto lo potevano intuire in tanti. Ma definirlo fenomeno sembrò, a molti, un azzardo. E infatti le critiche e le ironie non tardarono ad arrivare. Dovetti persino specificare che si trattava di un italiano, perché con quel nome e cognome – Jannik Sinner – qualcuno lo dava già per austriaco o tedesco.

Oggi tutti lo celebrano, ma per due o tre anni ho visto ben pochi crederci davvero. I più lo guardavano con scetticismo, se non addirittura con sufficienza. E ora, come sempre accade, tutti salgono sul carro dei vincitori. A prescindere, ovviamente, dalle solite teste di legno che continuano a ridurre la questione alla sua residenza a Montecarlo, come se l’eccellenza sportiva dovesse per forza coincidere con la residenza fiscale.

Io il tennis lo seguo da sempre, mi appassiona più del calcio, e qualcosa credo di capirne. E posso dire la mia con convinzione: Sinner è ancora più forte di quanto oggi sembri. Sì, tutti parlano della sua testa, della tenacia, della freddezza nei momenti decisivi. Ma secondo me, la vera forza di Sinner non è mentale. O meglio: lo è, ma in secondo piano. Il vero punto di forza di Jannik è un talento naturale fuori scala. Un talento che lo toglie dai guai quando tutto sembra perduto. E poi c’è la sua struttura fisica: con quelle leve, copre un metro di campo in tutti i lati in più rispetto ai suoi avversari. Sembra poco, ma è tantissimo.

E già che sono in modalità "presuntuoso", ricordo anche un altro episodio. Era il 2017, campionati europei under-qualcosa. Tra i giovani dell’Inghilterra ce n’era uno che mi lasciò di stucco: si chiamava Ademola Lookman. Anche allora scrissi un post su Facebook, e anche allora non mi filò nessuno. “Non capisco come nessuno si accorga di questo ragazzo”, scrivevo.

Oggi per prenderlo dall’Atalanta servono tra i 50 e i 70 milioni. Fate un po’ voi.

Francesco Bosco [14/07/2025]

Buon Compleanno Gigante [Articoli]

Oggi, 10 luglio 2025, mentre stavo scrivendo le ultime due pagine de I Quaderni del Tex n. 6 - dedicate alla serie gigante Zenith, arrivata al suo numero 52, quello con il leggendario titolo Zagor - mi sono reso conto di una ricorrenza speciale: sono passati esattamente sessant’anni dalla pubblicazione del primo albo gigante di Zagor, datato luglio 1965. Un traguardo straordinario.
Allora, Buon Compleanno, Spirito con la Scure!

Un pensiero affettuoso va inevitabilmente a Guido Nolitta e Gallieno Ferri, gli artefici di un universo narrativo che ha segnato generazioni di lettori. La loro sintonia creativa ha dato vita a una stagione irripetibile del fumetto popolare italiano, fatta di avventura, emozione e poesia.

Personalmente, ho sempre amato le storie comprese tra il 1971 e il 1977, anni in cui Zagor raggiunse, a mio avviso, l’apice. È un ciclo che, idealmente, inizia con Il Re delle Aquile e si conclude con L’Orrenda Magia. Non che le storie precedenti e successive mancassero di qualità, ma in quella manciata d’anni si concentrano episodi che, per intensità, atmosfera e originalità, rappresentano l’essenza stessa del personaggio.

Titoli come Zagor contro il vampiro, Odissea Americana, Capitan Serpente, La marcia della disperazione, Follia omicida e Tigre appartengono a un’epoca d’oro in cui ogni avventura sembrava superare la precedente in termini di tensione narrativa e forza evocativa. E naturalmente non dimentico L’Avvoltoio, La preda umana, Molok e tante altre gemme scolpite nella memoria. Il contributo di Ferri e Nolitta, nel loro momento di massimo splendore, rimane semplicemente inarrivabile.

Conservo gelosamente i miei vecchi albi di Zagor. Sono affezionato a quelle edizioni vissute, segnate dal tempo, più ancora che alle collezioni Zenith “da edicola” (almeno tre) passate tra le mie mani nel corso degli anni. È un legame affettivo, profondo, che difficilmente potrà essere eguagliato da altri personaggi o altri periodi.

Oggi sento che una parte del pubblico si è raffreddata nei confronti dello Spirito con la Scure. La direzione attuale del personaggio sembra essersi spinta verso atmosfere più marcatamente fantasy, un’evoluzione legittima, certo, ma che sento distante, anche perché da molto tempo non seguo più con regolarità gli inediti. Non me la sento quindi di giudicare il presente, ma resto convinto che eguagliare Nolitta sia stata, e resterà, un’impresa impossibile. Neppure uno sceneggiatore dotato come Tiziano Sclavi, chiamato a rinnovare la serie, è riuscito (per me) a ricreare quel fascino: Incubi mi ha lasciato piuttosto freddo, mentre ho trovato autenticamente emozionante Alla ricerca di Zagor, una piccola perla firmata da Burattini e dai fratelli Esposito.

Sessant’anni dopo, il mito di Zagor vive ancora.

Francesco Bosco [10/07/2025]

In punta di matita e di cuore [Articoli]

Durante i miei pellegrinaggi nel mondo del fumetto, uno in particolare – nel 1993, in compagnia dell’amico Romano – mi condusse nelle abitazioni di alcuni maestri dell’epoca d’oro di Tex: il mitico quintetto formato da Galleppini, Ticci, Letteri, Nicolò eMuzzi. Di quel gruppo non potemmo conoscere ErioNicolò, scomparso dieci anni prima, ma incontrammo MarioUggeri, i cugini Pietro eFrancescoGamba. A eccezione di Letteri, in tutte le case ci capitò di incontrare anche le loro compagne: un’occasione preziosa per respirare, sia pur per pochi istanti, l’atmosfera domestica che sosteneva questi artisti.

Fra tutte, due figure mi sono rimaste scolpite nella memoria: AgneseGalleppini e MonicaHustler, moglie di GiovanniTicci. Di Agnese ricordo l’accoglienza calorosa e la sincera gioia di vederci: «Sono felice che siate qui, Aurelio ha bisogno di distrarsi», ci confidò, rivelandoci , senza che noi lo sapessimo, la malattia che affliggeva il nostro amato Galep. La visita, protrattasi anche l’indomani, fu per me toccante: ogni volta che la signora Agnese entrava nello studio, staccato dall’appartamento, con caffè, dolci o bibite alla mano , dispensava consigli e premure al marito con una dolcezza che commuoveva.

Della signora Monica, invece, mi colpì il sorriso, identico a quello di Giovanni: un sorriso capace di creare un’armonia familiare naturale. Quando li rincontrai, oltre venticinque anni dopo, quei sorrisi erano ancora lì, forse ancor più radiosi ora che Giovanni aveva finalmente smesso di fumare.

In quel viaggio di oltre dieci giorni attraverso l’Italia compresi che i nostri «dei» del fumetto erano completati dalle loro mogli. Anche le consorti di Muzzi, Uggeri e dei cuginiGamba - le mogli dei due cugini erano perfino sorelle - si rivelarono ospitali, spiritose e vivaci.

Non sta certo a me stabilire quanto pesi l’appoggio di una compagna nella carriera di un fumettista, ma sono convinto che sia vitale. Anch’io, pur occupandomi di fumetti in modo ben più modesto - da collezionista, articolista e scrittore - ho beneficiato enormemente del sostegno delle mie due mogli, che non mi hanno mai ostacolato, anzi mi hanno sempre spronato. Penso spesso agli amici costretti a confinare la propria passione in un «angolo della casa»: se mai mi sposassi una terza volta e lei fosse di quel tipo, non durerei molto a dirle di no. Niente angoli: gran parte della mia vita è fatta d’amore per i fumetti.

In foto, a corredo di queste righe, vedete Claudine con il suo fumettista del cuore. Non c’è certo bisogno che vi dica chi sia, vero?

Francesco Bosco [01/07/2025]

La brutta realtà [Articoli]

Nel vasto universo del fumetto, si possono individuare con chiarezza tre ambiti distinti: quello della ricerca e dello studio, quello della discussione critica e infine quello del mercato. Tre settori che, pur appartenendo alla stessa galassia, risultano spesso completamente scollegati l’uno dall’altro, come isole che si ignorano reciprocamente.

Personalmente, mi riconosco da sempre nel primo ambito: quello dello studio, alimentato da una passione autentica e mai venuta meno. Colleziono fumetti da una vita, non per investire o per esibire, ma per comprendere, per custodire e tramandare una memoria. Non ho mai fatto parte, se non marginalmente, del mondo del commercio fumettistico.

Osservando oggi ciò che mi circonda, non posso che provare un certo dispiacere. Vedo sempre meno studiosi o appassionati che si cimentino nella pubblicazione di lavori seri dedicati al cosiddetto fumetto d’antiquariato. Allo stesso modo, sono sempre più rari i momenti di confronto autentico, quelli in cui la riflessione sul fumetto si nutre di argomenti solidi e di un linguaggio consapevole. Ed è un dispiacere forse ancor più profondo, perché proprio il dialogo, il dibattito, dovrebbero essere il motore primo di ogni crescita culturale ,non solo per dar vita a nuovi studi, ma anche per incoraggiare la semplice circolazione delle idee.

La realtà, temo, è che molti di coloro che per decenni si sono spesi per attribuire dignità e credito all’informazione fumettistica hanno ormai superato la soglia dei settant’anni. E il confronto con le nuove leve, i T-Boys, P-Boys, F-Boys , appare, nella migliore delle ipotesi, sfiancante. Non tanto per la distanza generazionale, quanto per l’abissale differenza di linguaggio, di metodo e, soprattutto, di profondità. Per essere chiari: il livello medio di questi “nuovi protagonisti” è così basso da scoraggiare gli alti e solidi coglioni del più paziente degli uomini.

E così assistiamo al trionfo del terzo settore: quello della compravendita, del collezionismo ostentato, del feticismo dell’oggetto fine a sé stesso. Siamo ormai circondati da figure che misurano il proprio valore nel mondo del fumetto attraverso la bellezza esteriore, la rarità apparente o l’integrità quasi chirurgica dell’albo posseduto. La logica dominante sembra essere: “Più il mio albo è intonso, più valgo; più è bello da vedere, più godo… e faccio godere”. Un’esibizione muscolare che richiama più il culto narcisistico della performance che non l’amore per la carta stampata.

Ivano Marchi

Un amico, stamattina, mi ha detto con tono sconsolato: «Francesco, ma com’è possibile che questi grandi esibizionisti, invece di mettere i loro albi a disposizione di chi studia, li sventolino come trofei?». Non ho saputo trovare una risposta convincente, ma mi è tornato in mente quel tizio che, qualche anno fa, non faceva che sommergermi di foto dei suoi albi “da magazzino”. Curiosamente, sparì nel nulla dopo che, con un mezzo sorriso sotto i baffi, gli mostrai una decina dei miei Zagor, messi lì senza clamore.

Forse ci stiamo davvero incamminando verso una forma di roccosiffreidismo collezionistico, dove la misura e l’ostentazione contano più del contenuto. E se da un lato questo scenario può far storcere il naso, dall’altro , almeno , qualche risata riesce ancora a suscitarla. 

Beh… mai dimenticare di dare un po’ di profumo alla mutanda con dentro il tuo 1-29, in versione “Alabarda Spaziale” già condomizzato da bustina acid free, al tuo primo appuntamento con lei.

Ma , battute a parte, un tempo lo studio dei fumetti era un’attività profondamente condivisa, quasi comunitaria. Chi si appassionava a una serie o si immergeva nella ricerca di materiali rari sapeva di poter contare su una rete di collezionisti generosi e disponibili. Se avevi bisogno di consultare un albo, un’intera collana o semplicemente verificare un dettaglio editoriale, il collezionista collaborativo non si tirava indietro: ti prestava senza problemi il suo materiale, te lo consegnava a mano o, con grande naturalezza, ti invitava direttamente a casa sua.

Ricordo bene quei tempi. Era il 2000 quando, seguendo le tracce di alcune edizioni di Tex, mi spinsi fino a Napoli. In quella circostanza ebbi il privilegio di visionare collezioni complete e ben conservate, spesso incensurate, custodite da appassionati che mi accolsero con spirito di autentica condivisione. Quelle esperienze mi permisero di raccogliere materiale per un volume che scrissi con passione ma che, per vari motivi, non pubblicai mai.

Anni dopo, nel 2016, un amico mi prestò un consistente numero di romanzi della serie “Grand Hotel Raccolta”, una collezione preziosa e oggi ancor più difficile da reperire. Quei testi furono decisivi per l’elaborazione dei volumi dedicati ai Western all’italiana. Tutto questo testimonia un’epoca in cui la passione per il fumetto non si limitava al collezionismo fine a sé stesso, ma si nutriva di dialogo, fiducia e collaborazione. Oggi molte cose sono cambiate: meno contatto umano, meno scambio diretto, meno storie condivise davanti a una libreria colma di albi letti e riletti. Una stagione forse irripetibile, ma che resta viva nella memoria di chi l’ha vissuta.

Beninteso che gli accalappia-polli esistevano già venti, trenta e quaranta anni fa, alcuni dei quali brillantissimi oratori ancora presenti oggi sul mercato, nonostante una crisi che li ha portati ad eccessi di narcisismo inauditi.

Francesco Bosco

Ivano Marchi e Francesco Bosco [26/06/2025]

La voglia matta [Articoli]

Mi tuffo in un viaggio nel tempo, precisamente nell’Italia del dopoguerra, quando i fumetti venivano visti come strumenti diabolici pronti a corrompere le giovani menti. Sì, proprio loro, quelle storie a vignette che oggi ci fanno sorridere e sognare, un tempo erano considerate un pericolo pubblico.

Immagino di essere un ragazzino negli anni ‘50, con le tasche piene di lire e una voglia matta di comprare il mio numero di Tex o magari un fumetto americano che sa di libertà e hamburger. Ma ecco arrivare la mannaia della censura. E no, non stiamo parlando di qualche professore severo, ma di veri e propri decreti e comitati che guardano i fumetti con sospetto degno di un film noir.

Tra i bersagli preferiti dei censori ci sono proprio i personaggi "importati" dagli Stati Uniti: troppo violenti, troppo disinvolti, troppo... troppo tutto! Non basta disegnare pantaloni più lunghi per le eroine o far sparire i sigari dai cowboy; bisogna proprio “educare” i lettori. Come diavolo fare? Semplice: sostituiamo le avventure mozzafiato con storie zuccherose e moralizzatrici. Togliamo la crema alla sfogliatella e diciamogli che è comunque buona.

E il nostro caro Tex Willer? Un eroe che spara agli ingiusti con un senso morale tutto suo, ma a quanto pare troppo poco “ortodosso"? Alcuni genitori sono convinti che leggere Tex è il primo passo verso una vita da bandito. Già ti immaginano a cavallo, pistola in pugno, mentre rapini una banca.

Non parliamo poi dei fumetti “neri” come Diabolik o Kriminal!! Quelli fanno venire i capelli bianchi ai benpensanti. 

Ma qui la faccenda si fa ancora più ironica: la censura spesso rende le cose più affascinanti. Più cercano di soffocare quei fumetti, più i giovani li adorano, acquistandoli di nascosto come reliquie proibite.

Insomma, il dopoguerra italiano ci regala una lezione importante: se vuoi davvero che qualcosa diventi popolare, proibiscilo. Alla fine, Tex, Diabolik e compagnia sono sopravvissuti a tutto questo, diventando icone immortali del nostro immaginario collettivo.

E oggi? Beh, oggi possiamo leggere fumetti senza paura di essere accusati di chissà quale degenerazione morale. Anche se, ammettiamolo, un po’ ci manca quell’aura di ribellione che avevano i fumetti proibiti.

Sandro Bongarzoni [21/06/2025]

RILETTURE: L’UOMO DEL NILO [Edicola]

Da ieri ho ripreso in mano una delle collane a fumetti più affascinanti mai pubblicate in Italia: Un Uomo, un’Avventura, edita dalla Cepim a partire dal novembre 1976. Il primo volume, L’Uomo del Nilo, fu illustrato dal geniale Sergio Toppi, mentre la serie si concluse con il trentesimo episodio, disegnato da Ferdinando Tacconi.
Ricordo bene quando iniziai a collezionarla: ero al terzo anno del liceo scientifico Antonio Labriola di Ostia, una scuola turbolenta in piena epoca anni di piombo. Lì, i collettivi studenteschi rossi dettavano legge nei corridoi, ma Ostia era anche un territorio di frontiera, dove serpeggiava un certo attivismo neofascista e circolavano nomi poco rassicuranti come quelli dei Triassi e dei Fasciani.

In quel contesto così acceso e a tratti pericoloso, leggere fumetti e suonare la chitarra non era ben visto: attività da “zecche”, dicevano. E io, che facevo entrambe le cose, preferivo però restare lontano dalla lotta di strada, dedicandomi piuttosto a quella interna alla scuola, più dialettica che muscolare.

Comprai L’Uomo del Nilo in una fornitissima edicola Mondadori, lontana dal mio liceo. Si trovava proprio sotto l’edificio accanto al liceo Enriques, e forse anche per questo mi sembrava un piccolo rifugio. Quelle 2.500 lire le spesi con entusiasmo: i disegni di Toppi mi avevano incantato, lasciandomi letteralmente a bocca aperta.

Abitavo a Fiumicino e per tornare a casa impiegavo quasi un’ora, tra autobus e attese. Appena rientrato, mangiai in fretta e mi immersi subito nella lettura. Tuttavia, la storia non mi colpì come speravo. Anzi, mi sembrò un racconto piuttosto piatto, e i magnifici disegni di Toppi apparivano quasi sprecati in quel contesto narrativo.

Il testo era di Decio Canzio, uno sceneggiatore che non ho mai particolarmente apprezzato. Le sue storie su Tex, Zagor e persino su Rodeo non mi hanno mai convinto. Rileggendo oggi L’Uomo del Nilo, ho in parte rivalutato l’opera: alcune tavole di Toppi conservano un’eleganza straordinaria, anche se, con il senno di poi, è evidente che l’artista avrebbe dato il meglio di sé negli anni successivi, affermandosi come uno dei più grandi illustratori nella storia del fumetto italiano.

La trama ruota attorno alla figura di Bob Wingate, un giornalista inglese e coraggioso corrispondente di guerra, inviato a Khartoum durante l’assedio del 1885. Il suo compito: consegnare ai rinforzi i diari del generale Gordon. Ma non riuscirà ad arrivare in tempo per salvare le truppe, vittime della furia mahdista. Una vicenda tragica, epica nelle intenzioni, ma che forse non riesce a decollare davvero sul piano emotivo, nonostante l’innegabile fascino grafico.

Francesco Bosco [09/06/2025]

La laguna dei bei sogni [Articoli]

Il fumetto popolare di un tempo si fondava sulla genuinità dell’avventura, sulla fantasia degli autori e su una narrazione capace di accendere l’immaginazione. Ogni pagina era un sogno, un divertimento puro, qualcosa che si condivideva con entusiasmo tra coetanei. E spesso quelle storie si trasformavano in gioco: chi non ha mai impersonato un indiano o un cowboy, Tarzan nella giungla, o un marine in guerra, tra una partita di pallone e l’altra?

Oggi il fumetto sembra spesso aver perso quella leggerezza. Prevale l’intento didascalico, il realismo storico, il messaggio politico… e con essi se ne va anche il sogno. È per questo che, quando rivedo il Panthom tuffarsi da un motoscafo in una baia disegnata con eleganza alla Sy Barry, mi domando se quei sogni siano davvero finiti.

Personalmente, credo che quel tipo di fumetto avventuroso sia ancora attuale, e che potrebbe parlare anche al lettore di oggi. È lo stesso pensiero che ho quando rifletto su Tex: se venisse proposto nella sua forma classica - che significa innanzitutto un certo linguaggio, un tono ben preciso - potrebbe forse restituire vitalità a un personaggio che, nella sua versione attuale, appare spento.

Del resto, tutto oggi sembra aver perso smalto: il calcio, la musica, il cinema… persino una partita di tennis fatica ad appassionare. Forse è proprio per questo che sentiamo la mancanza di un certo tipo di racconto, capace di farci sognare a occhi aperti.

Ma poi… qual’è stata la più grande sorpresa editoriale degli ultimi vent’anni? 

Dai, ditemelo!

Sara stata mica il Tex di CSAC del gruppo Espresso-Repubblica che con i suoi 28 milioni di volumi ristampava le avventure di un filibustiere con le Colt che assieme al vecchio amico banchettava nei saloon paesani con bistecche, patate fritte, pinte di birra e torte di mele?

Francesco Bosco [04/06/2025]

Lo sciacallo del Medio Oriente [Articoli]

Il mondo osserva. Qualcuno applaude. Altri si voltano dall’altra parte. Ma la storia, quella vera, non sarà gentile con Benjamin Netanyahu. Perché anche se l’inferno non esistesse, ci sarebbero parole e gesti, nella vita degli uomini, che lo meritano. E tu spero che ci brucerai dentro lentamente.

C’è un principio semplice che ogni essere umano dovrebbe riconoscere come guida morale: la colpa è personale, non collettiva. Se un uomo commette un crimine orrendo, stupra, uccide, rapisce, la giustizia impone che sia lui a risponderne, non il suo vicinato, non la sua famiglia, non la città in cui vive. Migliaia di bambini morti. Ospedali rasi al suolo. Famiglie intere spazzate via. Tutto in nome della sicurezza. Ma la sicurezza non può nascere da un crimine più grande di quello che si vuole punire.

Francesco Bosco [24/05/2025]

Moebius e la fantasia [Autori]

In un universo dove la maggior parte dei fumettisti si muove all’interno di binari narrativi e grafici ben definiti, Moebius è stato un esploratore di dimensioni ignote. La sua fantasia, libera e selvaggia, non si è mai accontentata di raccontare storie: le ha generate come sogni lucidi, al di fuori delle regole della logica, dello spazio e della sequenza.

Come Sergio Toppi, anche Moebius ha percepito la gabbia del fumetto classico — la griglia di riquadri regolari, l’ordine gerarchico della narrazione, l’illusione della realtà — come un limite da superare, se non da distruggere. Nei suoi mondi, il tempo non scorre in linea retta, i paesaggi mutano come visioni psichedeliche, e i personaggi sono sciamani, cavalieri interstellari, profeti del possibile. Tutto, nel suo segno, è insieme astratto e dettagliato, irreale ma vivido, come se l’inconscio si fosse impadronito della matita.

Moebius non illustrava semplicemente dei racconti: li evocava. Le sue tavole respirano di una libertà compositiva che sfida ogni regola accademica — il riquadro diventa spiraglio, finestra su mondi fluidi in cui la materia può trasformarsi in idea e viceversa. Era un narratore per immagini che rifiutava la linearità, costruendo invece architetture oniriche, dove ogni elemento si collega all’altro per affinità sensoriale più che per coerenza narrativa.

Il risultato è un’arte visionaria che non si può semplicemente “leggere”: si deve attraversare. Moebius ha fatto del fumetto un’esperienza mentale, un territorio dell’immaginazione pura. Non a caso è stato ispirazione per cineasti, pittori, sognatori. Perché la sua vera forza, alla fine, è stata quella di mostrare che la fantasia non è un’evasione, ma una forma superiore di realtà.

Sandro Bongarzoni [18/05/2025]

Luca che manca [Articoli]

Luca era un uomo gentile e garbato, uno di quelli che lasciano il segno senza bisogno di alzare la voce. Non ebbi mai la fortuna di conoscerlo di persona, ma per un soffio, per un gioco del destino che sembra prendersi gioco di noi quando meno ce lo aspettiamo. Dovevamo incontrarci a Reggio Emilia, un appuntamento organizzato da un amico comune, eppure non accadde. Io passai dal suo punto di riferimento in fiera proprio mentre lui si era allontanato per un attimo; lui arrivò al banco dove stazionavo nel momento in cui me n’ero andato. Sembrava tutto così semplice, quasi scontato - in fondo, in fiera ci si incontra anche per caso - e invece no. Era il 2016.

Oggi, a tre anni dalla sua scomparsa, sento il bisogno di ricordarlo, perché al fumetto manca terribilmente una figura come la sua. Sarà pure retorica, ma con lui se n’è andata una parte dello spirito che anima il nostro medium. Forse la parte più bella: quella fatta di passione autentica, di conoscenza senza presunzione, di quella rara capacità di unire rigore e amore per la narrazione. Senza di lui, tutto sembra un po’ più vuoto, un po’ più smarrito. Eppure, resta quello che ha lasciato: un’eredità di parole, di studi, di entusiasmo condiviso. E il rimpianto per quell’incontro che non ci fu.

Francesco Bosco [03/05/2025]

365 meno 1 [Articoli]

Oggi tutti a parlare di Liberazione. Post, bandiere, citazioni di Calamandrei e Pertini. Tutto giusto, tutto importante. Ma domani? Domani cosa resta?

Il 25 aprile è una data fondamentale. È la nostra storia, la nostra coscienza, la nostra libertà conquistata con sangue e coraggio. Ma è anche un paradosso: la ricordiamo un giorno all’anno, come se bastasse, come se fosse un dovere da archiviare con un mazzo di fiori e un post su Facebook.

Io le odio, le ricorrenze. Che due coglioni! Mi ricordano l’8 marzo, “la festa della donna”: un giorno di mimose e frasi fatte, poi di nuovo silenzio, disattenzione, disuguaglianza. Come se bastasse una data sul calendario per sistemare le ingiustizie o per rendere omaggio a qualcosa che dovrebbe vivere ogni giorno, in ogni gesto. E mi ricordano anche le ferie d’agosto in cui tutti fanno appelli a non abbandonare gli animali (sempre sotto la bandiera dell’ipocrisia che non vede libero di morire, almeno quello, un animale prigioniero tutto l’anno di un bastardo/a pezzo di merda: in fondo, se vivi con una merda durante tutto l’anno, forse sarà meglio morire da liberi nei giorni di agosto, o no?)

Il 25 aprile non dovrebbe finire a mezzanotte. Dovrebbe essere ogni mattina, ogni scelta, ogni volta che diciamo no all’odio, al razzismo, alla violenza, all’indifferenza. Ogni volta che scegliamo la libertà, anche nel nostro piccolo. Perché la Resistenza non è finita. È un modo di stare al mondo. Un modo di resistere, appunto.

E allora va bene ricordare oggi. Ma soprattutto, ricordiamo domani.

Francesco Bosco [25/04/2025]

L’altro noir [Noir anni 60]

Il fumetto di serie B degli anni ’60 e ’70 non era certo rappresentato da Tex o Diabolik, che erano successi editoriali di massa con alle spalle case editrici strutturate e autori di talento. Il sottobosco di cui parliamo era un altro mondo: una galassia di piccoli editori improvvisati, disegnatori dilettanti o alle prime armi, e sceneggiature raffazzonate, spesso scopiazzate da titoli più famosi. Ma proprio questa produzione minore, che all’epoca aveva vita brevissima e pareva destinata all’oblio, è oggi oggetto di una riscoperta collezionistica sorprendente.

Nel genere noir, per esempio, accanto ai grandi nomi come Kriminal, Satanik o Sadik, proliferavano titoli come Masokis, Demoniak, Spettrus, Killing, Cobrak, La Jena e altri, spesso con tirature limitate, disegni non certo accuratissimi, e una carica di violenza e erotismo volutamente eccessiva. Erano prodotti da editori o piccoli marchi usa-e-getta (senza sminuire Cofedit, Cervina, Bertè, ecc…) che sfornavano collane a ciclo continuo, alcune durate pochi numeri, altre persino pochi mesi. I fumetti venivano venduti con copertine sgargianti, titoli sensazionalistici e promesse di scandalo, per attirare lettori in cerca di emozioni forti.

Il livello artistico era spesso medio-basso a causa di una produzione a getto continuo (anche qui senza sminuire autori come Umberto Sammarini, Giancarlo Tenenti, Pietro Gamba, Franco Verola, Eros Kara, Pini Segna, Dino Leonetti, Adriano Busletta, Camillo Zuffi, Edoardo Morricone, Sergio Pascolini e altri) ma proprio per questo questi albi hanno oggi un fascino unico: quello del trash genuino, del prodotto artigianale spinto al limite, lontano dalle logiche editoriali canoniche.

Paradossalmente, oggi queste pubblicazioni sono diventate oggetti di culto. Non solo perché difficili da reperire (molte copie finirono al macero o furono semplicemente buttate) ma perché testimoniano un modo sporco, ingenuo, audace di fare fumetto. Collezionisti e appassionati le cercano con passione, attratti dalla loro aura perduta, dal gusto proibito, dalla grafica un po’ folle, e dal senso di libertà creativa che vi si respira, anche nei limiti della scarsa qualità tecnica.

In un’epoca in cui tutto tende ad essere raffinato, patinato e controllato, questi fumetti sembrano gridare ancora una voglia anarchica di raccontare, di provocare, di esistere. E questo li rende, oggi più che mai, preziosi.

Evviva il fumetto noir di serie B degli anni ’60 e ’70!

Francesco Bosco [24/04/2025]

La Storia del West di Gino D’Antonio [Articoli]

Quando si parla di fumetti western, il pensiero corre immediatamente a storie d’avventura ricche di duelli, eroi invincibili e una visione romanzata del Far West. Tuttavia, Gino D’Antonio, con la sua opera monumentale "La Storia del West", ha stravolto ogni cliché, offrendo una narrazione cruda, realistica e profondamente umana dell’epopea frontieriana. Pubblicata in Italia tra il 1967 e il 1980, questa serie a fumetti rappresenta ancora oggi un capolavoro del genere, capace di raccontare il West non come un mito, ma come un drammatico scenario storico.

Mentre la maggior parte delle storie western, sia nel cinema che nel fumetto, tende a dividere il mondo in buoni e cattivi, D’Antonio rifiuta ogni manicheismo. I suoi personaggi non sono eroi senza macchia, ma uomini complessi, spesso vittime delle circostanze, della violenza e dell’ingiustizia sociale. La colonizzazione del West non viene celebrata come un’impresa gloriosa, ma mostrata nella sua brutale realtà: guerre contro i Nativi Americani, speculazioni feroci, soprusi dei potenti ai danni dei deboli.

Uno dei punti di forza de La Storia del West è l’accuratezza storica. D’Antonio si documenta meticolosamente, inserendo eventi realmente accaduti e personaggi storici (come CusterBuffalo BillSitting Bull) all’interno di trame avvincenti ma mai fantasiose. Il suo tratto, dettagliato e in parte cinematografico, contribuisce a creare un’atmosfera autentica, lontana dallo stile pulito e idealizzato di tanti altri fumetti western.

Le storie sono spesso corali, seguendo non un singolo protagonista ma intere comunità, mostrando come il West fosse un crogiolo di culture, razze e interessi in conflitto. I Nativi Americani, in particolare, non sono ridotti a semplici "cattivi" o a figure esotiche, ma vengono rappresentati con dignità e profondità, vittime di un genocidio spesso taciuto dalla narrativa tradizionale.

Nonostante la sua qualità, La Storia del West non ha avuto lo stesso riconoscimento di altre opere fumettistiche italiane dell’epoca, come Tex o Zagor. Eppure, la sua influenza è stata enorme su autori successivi, che hanno apprezzato il suo approccio antiretorico al western. 

La Storia del West di Gino D’Antonio è più di un fumetto: è un affresco storico, un’opera che demistifica il mito della Frontiera per restituirci un ritratto crudo e poetico insieme. Per chi vuole scoprire un western diverso, lontano dagli stereotipi, questa serie rimane una pietra miliare del fumetto italiano e internazionale.

Un’opera che, ancora oggi, merita di essere letta.

Sandro Bongarzoni [11/04/2025]

Passeggiata e sorpresa [Edicola]

Ieri pomeriggio, mentre passeggiavo con un’amica tra i negozi del centro commerciale Parco da Vinci, a Fiumicino, ci siamo ritrovati a passare davanti a un’edicola. Non ho resistito alla tentazione e ho deciso di dare un’occhiata a Tex – La Mano Rossa, nella sua nuova edizione cartonata in formato Bonelli. Un’edizione che, lo ammetto, mi incuriosiva da un po’.

Appena entrato, però, mi sono trovato davanti a una scena piuttosto curiosa: il volume veniva venduto sia "sciolto" a tre euro, sia blisterato insieme a una copia dell’ultimo inedito di Tex al prezzo di 5,80 euro. Un po’ perplesso, ho cominciato a riflettere sulla cosa, mentre la mia amica – più attenta di me ai dettagli – mi faceva notare che sul retro del cartonato c’era chiaramente scritto "non vendibile separatamente". Una dicitura che cozzava non poco con la possibilità di acquistarlo da solo, lì sullo scaffale.

Capisco bene la crisi delle edicole, e posso anche comprendere certe strategie per incentivare le vendite, ma la cosa mi è sembrata comunque una manovra un po’ forzata, quasi una “mossa disperata” per far cassa. E poi, viene da chiedersi: come sono arrivate in edicola delle copie sfuse del cartonato, se davvero non era previsto venderle da sole?

Alla fine, comunque, ho ceduto: ho preso il blister con i due albi, incuriosito anche dall’inedito, e nel tardo pomeriggio, una volta rientrato a casa, ho scartato il tutto. Ho dato una prima occhiata alla copia cartonata – bella, niente da dire – ma poi l’attenzione si è spostata sull’inedito. Una storia che, con mia sorpresa, vedeva Tex affiancato da Rick Master, un personaggio creato da Gianluigi Bonelli e disegnato ai tempi da maestri come Guglielmo Letteri e Sergio Tarquinio.

Non so bene cosa mi abbia spinto a leggerlo subito. Forse l’istinto, forse la copertina firmata da Claudio Villa – potente, di quelle che ti “bucano” lo sguardo dagli scaffali – o magari semplicemente la nostalgia. Fatto sta che ho iniziato… e non mi sono più fermato. L’ho letto tutto d’un fiato, divertendomi come non mi succedeva da tempo. È la prima parte di una storia tripla, se ho capito bene – sono fuori dai giochi da quasi un decennio – che dovrebbe concludersi a giugno.

Complimenti sinceri a Mauro Boselli per il soggetto e la sceneggiatura, davvero coinvolgente. Ottima anche la copertina, e ben riusciti i disegni di Benevento. Anche se, lo ammetto, mi aspettavo uno stile più vicino a quello di Letteri, più classico, più "alla Prentice", per intenderci. Ma va bene così. In fondo, ciò che ha davvero contato è stata la sorpresa: quella sensazione rara, ma preziosa, di ritrovare un vecchio amico tra le pagine di un fumetto.

 

PS. è molto probabile che abbia preso una cantonata sulla vendita del Book da solo a 3,00 euro. Lascio lo scritto originario - mi sembra giusto - e ritiro le mie accuse agli edicolanti.

Francesco Bosco [10/04/2025]

LA MODELLA FEMMINISTA [Articoli]

Nel 2017, mentre cercavo notizie sulle modelle da riportare sul volume di Western all’Italiana n. 2, mi imbattei nel nome di Shere Hite, una donna che aveva alle spalle una storia interessante. Pare che la Hite avesse abbandonato la professione di modella per passare attivamente alla causa femminista, si dice per essere rimasta negativamente sorpresa dal messaggio di una pubblicità a cui lei stessa aveva partecipato. La Hite era infatti apparsa nella campagna di Olivetti Girls ma solo dopo aveva visto il claim che accompagnava le immagini: “She may be prettier than other typists, but she’s not necessarily brainier” tradotto “potrebbe essere più carina di altre dattilografe, ma non è necessariamente più intelligente” interpretato anche come "la macchina da scrivere è intelligente, lei non ha bisogno di esserlo”. Ma lasciamo a chi di dovere la questione circa la presenza di sessismo o meno nel claim della Olivetti, per quel che mi riguarda Shere Hite rimane semplicemente la straordinaria modella che posò per Robert E. McGinnis, uno dei più grandi illustratori del secolo scorso. 

Robert McGinnis ci ha lasciati proprio circa tre settimane fa, alla veneranda età di 99 anni, chiudendo un capitolo fondamentale della storia dell’illustrazione moderna. La sua carriera, lunga e prolificissima, lo ha visto cimentarsi in molteplici campi: dai manifesti cinematografici dei grandi film hollywoodiani - dai classici di James Bond ai noir degli anni ’60 e ’70 - alle copertine di paperback che hanno reso iconici romanzi gialli e d’avventura, passando per le illustrazioni per riviste e le opere pittoriche personali, sempre caratterizzate da una tecnica impeccabile e un’atmosfera carica di fascino.

McGinnis condivideva con Frank McCarthy -altro gigante dell’illustrazione, scomparso nel 2002 - non solo una profonda amicizia e collaborazione professionale, ma anche una straordinaria capacità di catturare il dinamismo e la seduzione nelle sue composizioni. Come McCarthy, McGinnis ha spesso lavorato con modelle dal forte appeal visivo, tra cui spicca appunto la Hite, una delle sue muse ricorrenti, il cui volto e la cui figura sono diventati sinonimo dello stile inconfondibile delle sue opere.

In foto Robert McGinnis e Shere Hite

Francesco Bosco [04/04/2025]

Lo Sheldon Cooper del fumetto [Articoli]

Grazie mille per il tuo commento, Sassaroli, davvero illuminante. Chissà come ho fatto a sopravvivere finora senza sapere che Buzzelli disegnava per la regolare, una rivelazione sconvolgente, degna di un premio Nobel per l’Ovvietà. Con la tua analisi fulminante hai squarciato il velo di Maya: Buzzelli disegnava per la regolare! Ma che me possino acciaccà, come ho potuto essere così cieco? E dire che credevo che il Texone fosse un esperimento di riduzione estrema stampato su francobolli per formiche miopi. E poi, perché mai riflettere sul rapporto tra formato, leggibilità e contesto storico quando invece possiamo lanciarci in paragoni geniali tra una tavola d’autore e la responsive design di un sito? (Oh, Sassa, io di responsive design non ne so’ un cazzo, definizione suggerita da un amico tuo). È però vero, hai colto nel segno: discutere di riduzioni artistiche mentre il sito non è ottimizzato per mobile è proprio come un bue che dà del cornuto all’asino. O forse, più semplicemente, è come chi confonde la critica con la pedanteria e la storia del fumetto con una battuta da social. Ma che ne so io, mica ho letto “Texone”.

Grazie per avermi aperto gli occhi, o Maestro dell’Evidenza Inutile, anche se c’erano modini più appropriati per farlo.

Deliziosa ironia la tua: da un lato c’è una scelta artistica consapevole in un contesto storico-editoriale preciso, dall’altro c’è un template WordPress mal ottimizzato (“template” sempre il tuo amico che sta rifacendo il sito BS a misura del tuo telefonino). Due pesi, due misure… o forse, più semplicemente, due neuroni che fanno gli straordinari per partorire analogie da bar dello sport.

Ti lascio all’ignoranza che tanto ami. Buona vita.

PS. Non che sia importante, ma il privilegio di aver conosciuto Buzzelli, io l’ho avuto. Via della Vite, a Roma, fumetteria del povero Mondini, fine anni ’70. Se vuoi sapere il supporto su cui disegnava, non hai altro che da prendere un caffè col sottoscritto.

PS2. Sai qualcosa del rifiuto di Sergione al texone di John Buscema… o notizie su quello di Al Williamson? Uhm… mi sa che tu non sai niente nemmeno su quello di Ticci.

Sassa, che raffinato il tuo stile ’amichevolmente trolleggiare’… che classe! 😌 Permaloso io? Ma certo, no no, mi sono solo scompisciato dal ridere mentre ti prendevo elegantemente per il fondoschiena. Tu spargi petali di rosa e io ti ricambio con poesie, mica battutacce! E guarda un po’, arriva pure Topo63, il Robin Hood dei polli… che onore!

Per i petali di rosa, ho un indirizzo mail sul sito.

Francesco Bosco [30/03/2025]

Le grandi operazioni editoriali che nessuno ha chiesto! [Edicola]

Questa volta tocca a un classico di Tex, quello disegnato nientemeno che da Guido Buzzelli, uno dei più grandi artisti italiani, uno che sapeva far respirare la carta con il suo tratto espressivo e dinamico. Ma tranquilli, perché non si tratta di una ristampa di qualità, bensì di un’edizione che fa a pugni con la dignità stessa dell’opera. 

Il glorioso Texone, con le sue grandi tavole pensate per esaltare il segno magistrale del Maestro, viene rimpicciolito in un formato Bonelli standard, così che i lettori possano finalmente godersi ogni minimo dettaglio... con una lente d’ingrandimento. E siccome il danno non era sufficiente, ecco la ciliegina sulla torta: il colore! Perché quale modo migliore di valorizzare un’opera nata in bianco e nero, se non pasticciarla con tinte che probabilmente farebbero rabbrividire lo stesso Buzzelli?

Il povero Guido, nel suo meritato riposo eterno, probabilmente starà facendo più giri su se stesso di un lazo lanciato da Tex. Ma a quanto pare, le operazioni nostalgia (o meglio, le operazioni "raschiamo il fondo del barile") non conoscono limiti. Si continua a spremere il passato, mentre il presente del nostro ranger sembra sempre più privo di idee fresche e davvero degne di nota.

Quanto potrà reggere questa minestra riscaldata? Ai posteri l’ardua sentenza. Ma nel frattempo, un pensiero commosso a Buzzelli e alla sua arte, che meritava ben altro trattamento. Lui, da lassù (o da laggiù, chissà), starà sicuramente ammirando questa operazione di "conservazione dell’arte fumettistica" con lo stesso entusiasmo di un toro davanti a un drappo rosso.

Francesco Bosco [26/03/2025]